Televisione ed altri media

televisione ed altri mediaQuando per giorni, settimane e mesi, televisione ed altri media più in generale reiterano ininterrottamente lo stesso fatto, seppur reale e di una certa gravità – no dunque limitandosi a qualche legittima e doverosa divulgazione giornaliera, bensì ad un continuo e ridondante minuto dopo minuto, non si capisce bene a favore di chi –, allora significa che la questione è divenuta talmente preoccupante – no relativamente al fatto specifico, ma alla modalità di fare informazione – che non è chiaro cosa sia più dannoso per l’opinione pubblica in generale e per la psiche individuale, se tale ossessivo rituale o la deplorevole censura.

Informare in maniera adeguata, corretta e sobria non significa negare un fatto od una circostanza realmente presente, significa più realisticamente far notare quella linea di confine che delimita la fobia, l’irrazionale, da ciò da cui ci si deve invece difendere secondo scienza e strumenti disponibili, compreso quello della ragione. Nutro perciò la vaga sensazione che una notizia eccessivamente riproposta alle masse da televisione ed altri media non ha più come fine ultimo quello di informare, e nemmeno quello di fare chissà quale prevenzione – specie se la stessa news è la riproduzione di quella di qualche minuto prima –, bensì assume tutt’altra funzione. Semmai sarebbe interessante capire a vantaggio di chi e per quali scopi.

Credo quindi che buon senso suggerisca che un fatto, per quanto grave, vada affrontato e divulgato secondo il principio del giusto contenimento, senza enfasi e soprattutto senza incutere terrore all’indirizzo di chicchessia. E da questo punto di vista, l’Organizzazione Mondiale di Sanità dovrebbe ricordare, prima ancora che agli altri a se stessa, il proprio principio cardine basato sul fatto che la salute è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità”. Pertanto, veicolare minuto dopo minuto, o permettere di farlo in maniera indiscriminata, o addirittura indirizzare a che ciò avvenga, notizie dal medesimo tenore – peraltro la sovrapposizione delle precedenti come fossero litanie, sciorinando numeri e statistiche corroborate da pareri fatti passare per scientifici ma macroscopicamente discordanti l’uno dall’altro – pare avere come obiettivo qualcosa di poco rassicurante.

Per esempio, tentare di persuadere le masse che è essenziale censire il più possibile persone e situazioni, ovvero creare un mega data base dove far confluire di tutto, chissà poi per quale scopo reale, credo desti qualche ragionevole perplessità. Tuttavia, argomento meritevole di separata e specifica attenzione riguarda il tema della salute in termini di sicurezza collettiva, attraverso la corretta attuazione delle misure di tutela sostenibile, trattato in seguito con separato contributo.

Nel frattempo, in attesa di poter osservare e riscontrare se nel prossimo futuro prevarrà nell’opinione pubblica l’ottimismo sociologico oppure il pessimismo antropologico, rimando al Devoto Oli per significare che è terroristico tutto ciò che è «fondato sul terrore», e che dunque terrorizzare equivale a «sopraffare col terrore»; terrore inteso come «senso intenso e sconvolgente di paura o di sgomento», basato «su fatti o situazioni impressionanti o sconvolgenti o addirittura macabri». Perciò, televisione ed altri media a parte, tanto basta per dare ad ognuno la possibilità di farsi una propria idea, favorevole o diametralmente opposta, rispetto a certe situazioni.

Vi è ancora un punto su cui vale la pena soffermarsi, cioè che a volte è sufficiente un elemento scatenante, negativo o l’esatto contrario, affinché si addivenga a conclusioni fallaci e financo irreversibilmente dannose al punto da rendere visibile ciò che si crede essere tale, ma che nei fatti non lo è. E su questo aspetto concludo richiamando il principio coniato e studiato dal sociologo statunitense William Thomas (1863-1947), secondo cui «se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze». Sicché, v’è da chiedersi: quanto al giorno d’oggi televisione ed altri media hanno influenza su tali conseguenze?

Ebbene, la ratio del cosiddetto “Teorema di Thomas” è autorevolmente spiegata nel testo del Prof. Franco Crespi, dal titolo “Il pensiero sociologico”, 2002, p. 160, Bologna, il Mulino. Infatti, si legge, che «per interpretare correttamente l’agire sociale non è tanto importante cercare di definire i dati oggettivi di una situazione sociale, quanto conoscere le percezioni soggettive, le credenze e le convinzioni in base alle quali un certo aspetto viene ritenuto reale dagli individui che agiscono nella situazione stessa: sono infatti proprio tali rappresentazioni e convinzioni a determinare i loro atteggiamenti e le loro azioni».

Numerazione in sequenza 17A20 del 19/10/2020