Dialogo sulle masse

Estratto da “Dialogo sulle masse e la paura della morte”, Elias Canetti / Theodor W. Adorno, in, MicroMega 2/86, pp. 193-194. Dal testo stenografico di una conversazione del 1962 fra i due autori che prende spunto da uno dei più noti testi di Canetti: Masse e Potere. – ADORNO – «Io so che spesso Lei si discosta molto da Freud e che è fortemente critico nei suoi confronti. Ma in una metodica Lei è certamente d’accordo con lui, e precisamente in questo: Freud ha spesso sottolineato di non avere assolutamente l’intenzione di contestare o di respingere i risultati di altre scienze consolidate, ma solamente di voler aggiungere qualcosa che in esse era stato trascurato. Io credo che Lei potrebbe spiegare questa cosa nel modo migliore con l’importanza centrale che il problema della morte assume nella Sua opera. Lei potrebbe farlo proprio con il complesso della morte anche per dare ai nostri ascoltatori un’idea, un modello, di cosa sia effettivamente questo “trascurato”. In tal modo si potrà vedere la fecondità del metodo e ci si accorgerà del fatto che qui vengono discusse non solo cose sulle quali altrimenti poco si riflette, ma anche che proprio la naturalezza con la quale questi momenti vengono accettati ha in se qualcosa di pericoloso». – CANETTI – «È assolutamente vero, credo, che la considerazione della morte svolga nella mia ricerca un ruolo importante. Se dovessi dare un esempio di ciò cui Lei accennava, allora sarebbe la questione della sopravvivenza, sulla quale secondo me troppo poco si è riflettuto. Il momento in cui un uomo sopravvive a un altro è un momento concreto e io credo che l’esperienza di questo momento abbia conseguenze molto importanti. Io credo che questa esperienza venga nascosta dalla convenzione, da ciò che si deve sentire quando si sperimenta la morte di un altro essere umano, ma che sotto, nascosti, ci siano determinati sentimenti di soddisfazione e che da questi sentimenti di soddisfazione, che a volte possono persino essere di trionfo possa derivare qualcosa di molto pericoloso, se essi si verificano spesso e si sommano. E questa esperienza della morte altrui io credo sia un germe assolutamente essenziale del potere. E visto che Lei ha parlato proprio di Freud: io sono il primo ad ammettere che il modo in cui Freud cominciava le cose daccapo, senza lasciarsi spaventare o distogliere da nulla, ha lasciato su di me un’impronta profonda. È certamente vero che io oggi non sono più convinto di alcuni dei suoi risultati e che mi debbo opporre ad alcune delle sue specifiche teorie. Ma per il suo modo di affrontare le cose ho, come sempre, il massimo rispetto».

L’ultimo esorcista

Dal libro “L’ultimo esorcista. La mia battaglia contro Satana” (2011). Estratto della parte introduttiva intitolata “Svegliamoci prima che sia troppo tardi”, Padre Gabriele Amorth (1925-2016). «Chiedo scusa ai lettori se, dopo aver scritto tanti libri su Satana e gli esorcismi, oso ancora presentarne uno nuovo con la pretesa di non ripetere ma di completare quanto già detto. Mi spingono il Vangelo, san Paolo, la Madonna. Anzitutto vorrei dire una cosa sul titolo scelto, L’ultimo esorcista. È un titolo volutamente provocatorio. È ovvio che io non sono l’ultimo esorcista rimasto in questo mondo. Dopo di me altri ce ne saranno e già ce ne sono, anche di giovani. Ma nel mondo siamo in così pochi che ognuno di noi nella sua battaglia quotidiana si sente inevitabilmente come se fosse l’ultimo, l’ultimo esorcista chiamato a combattere contro il grande nemico, il principe di questo mondo, Satana. Spero che tutti gli altri esorcisti, a cominciare dagli amici dell’Associazione Internazionale degli Esorcisti di cui sono presidente emerito, non si offendano e capiscano la provocazione sottesa al titolo. Io non mi sento più grande di loro. Sono, come loro, un umile servitore del regno del bene, un combattente di Cristo contro il regno del male. Parto dal Vangelo. Gesù per tre volte chiama Satana «principe di questo mondo». San Giovanni precisa che tutto il mondo giace sotto il potere di Satana. E ci dice che lo scopo per cui Gesù è venuto al mondo è per distruggere le opere di Satana. Satana è l’avversario infaticabile di Dio. San Paolo osa chiamare Satana «dio di questo mondo» e afferma che la nostra lotta quotidiana non è contro persone in carne e ossa, ma contro Satana e i suoi angeli, che ci avvolgono incessantemente. Oggi nelle nostre chiese si parla poco di Satana e tanti, anche nel clero, non credono alla sua esistenza. Infine sono spinto dalla Vergine Santissima. Da oltre trent’anni seguo le apparizioni di Medjugorje, questa stupenda catechesi che la Madonna rivolge a tutto il mondo e che è la continuazione dei messaggi di Fatima. È una predicazione formidabile, quale mai avvenne nella storia dell’umanità. La Madonna che cosa propone? Parla continuamente dei piani di Dio e dei piani di Satana. Dio vuole l’amore, la pace, la salvezza eterna. Satana vuole la distruzione del mondo. La Madonna sta formando una sua armata, sparsa su tutta la terra. Con la forza della conversione, del rosario, del digiuno questa sua armata vincerà l’armata di Satana, che vuole la guerra, la distruzione, la dannazione eterna; provoca inoltre altri mali, come la possessione diabolica».

Codice della vita italiana

Estratto dalla nota introduttiva del testo dal titolo “Codice della vita italiana”, G. Prezzolini (1921). «Tra la legge scritta e la vita vissuta, tutti sappiamo che bella differenza passa. Lo Statuto e i Codici che cosa ci dicono di realistico sul nostro Paese? Lo abbiamo imparato, a spese nostre; lo sa la nostra testa, che ha ripetutamente urtato contro quanto ignorava; lo sanno le nostre spalle, che di questa ignoranza han portato il peso! E perché non cerchiamo di togliere ai giovani la parte più grave di tal noviziato? Perché non proviamo a insegnare loro in che Paese veramente sono nati, quali ostacoli troveranno, quante strade hanno aperte? Ho cercato di esporre in poche formule alcuni degli aspetti realistici della nostra vita e delle consuetudini della gran maggioranza degli Italiani. So bene che si griderà in pubblico al diffamatore, pur riconoscendo in privato la giustezza delle mie osservazioni. Ma, appunto perché so tutto questo, non me ne preoccupo tanto. E quanto alle eccezioni riconosco volentieri che ce ne sono. Non è già forse questo scritto stesso un’eccezione a quella regola, che si potrebbe benissimo aggiungere alle altre innanzi esposte, per cui “certe cose si fanno ma non si dicono”? C’è molta amarezza, in espressioni che han l’aria - soltanto l’aria, pur troppo – del paradosso. Amarezza e, qualche volta, disperazione. Quando si vive in Italia, più d’una volta accade di domandarsi perché non si prende il primo piroscafo che parte per il nuovo mondo, dove, molto lontani, attraverso il velo della poesia, e senza alcun contatto con i cattivi campioni della madre patria, tutto quello che c’è di bello e di sano può tornare in mente e destare persin nostalgia. Si, siamo ridotti a questo, qualche volta: a rendere idealmente un piroscafo e guardarla da lontano, questa nostra Italia, per poterla amare davvero A guardarla come posteri; anzi peggio: come stranieri. Io ho fede nell’Italia piuttosto attraverso un rinnovamento educativo che attraverso uno politico, preferisco un miglioramento del carattere a una modificazione delle istituzioni. Ho più fede negli umili, che nei grandi; in coloro che occupano posizioni secondarie, che in quelli che sono arrivati in alto. Penso che i valori della nostra tradizione hanno bisogno di cambiamenti radicali. Il mio ideale d’Italiani è quello di uomini più pratici, più severi, più colti, più aperti alla visione del grande mondo moderno. Sento che si potrebbe arrivare ad un profondo rivolgimento spirituale in breve tempo: in un paio di generazioni; a patto di sentire la nostra attuale complessiva inferiorità, rispetto ad altri popoli; a patto di una rinunzia rigida a consuetudini che abbassano soprattutto il nostro valore morale e la nostra dignità; a patto di un esame di coscienza purificatore. Certamente non è facile dire a noi stessi ed in pubblico: ho peccato; ma non vi è correzione possibile se non a traverso questa confessione».