I lati oscuri della fiducia

i lati oscuri della fiduciaIl presente contributo, non a caso intitolato i lati oscuri della fiducia, per quanto tratti un argomento che scaturisce da una questione prettamente di diritto, pone invece in risalto, a mio avviso se colti, aspetti sociali di rilevanza tutt’altro che secondaria, i quali, quindi, al di là del mero interesse giuridico, andrebbero attenzionati dal punto di vista sociologico. Infatti, nonostante la presenza di innumerevoli meccanismi legati all’evoluzione tecnologica, i quali in qualche maniera riposano, o almeno dovrebbero riposare, su una fiducia sistemica, continuiamo invece ad avere la necessità di ricorrere al classico principio di fiducia, vale a dire quella personale. Ed è proprio attraverso l’esegesi di questo complesso di elementi che si possono mutare i lati oscuri della fiducia in quel concetto di fiducia cosiddetta attiva, alla base della quale sussiste il riconoscimento dei valori e della dignità propri di ciascun individuo e presenti ai vari livelli sociali.

Ciò premesso, nel caso giuridico oggi trattato, credo che i lati oscuri della fiducia abbiano fortemente influito non solo sull’esito della causa, quanto sulle motivazioni che l’hanno determinata. Di fatto, un’impiegata comunale impugna la sentenza pronunciata dalla Corte territoriale di appello la quale ha dichiarato legittimo il licenziamento della lavoratrice, accusata di avere effettuato accessi al protocollo informatico dell’ufficio in assenza di idonee ragioni, ovvero in quanto finalizzati a conoscere documenti che non rientravano tra quelli di competenza del proprio settore di assegnazione. Va precisato che tale decisione di secondo grado ha riformato la precedente, viceversa, di orientamento favorevole alla lavoratrice in quanto «gli accessi non avevano recato danni all’amministrazione né aveva comportato la divulgazione di notizie che dovevano rimanere riservate».

Ebbene: «in tema di licenziamento per giustificato motivo soggettivo, si è da tempo affermato che spetta unicamente al giudice del merito accertare se i fatti addebitati al lavoratore rivestano il carattere di negazione degli elementi fondamentali del rapporto ed in specie di quello fiduciario e siano tali da meritare il recesso con preavviso (…) e, nella specie, la Corte territoriale ha indicato le ragioni per le quali la condotta della lavoratrice, tenuta in violazione dei doveri propri del dipendente pubblico, era da ritenere di gravità tale da giustificare il recesso con preavviso».
Sicché, la Corte di Cassazione, oltre a dichiarare la legittimità del licenziamento, ha condannato la lavoratrice al pagamento delle spese del giudizio di legittimità stabilite in euro cinquemila, oltre euro duecento per esborsi e spese forfetarie nella misura del quindici per cento nonché agli accessori di legge (Cassazione Civile, Sez. Lavoro, Sent. 3819/2021).

Numerazione in sequenza 03A21 del 22/02/2021

La Consulta sollecita il legislatore

la Consulta sollecita il legislatoreProseguendo nella personale convinzione di portare all’attenzione del pubblico argomenti raramente trattati dai grandi media, come per esempio quando la Consulta sollecita il legislatore su fatti socialmente rilevanti, nel presente contributo riporto il sunto del testo delle anticipazioni di due decisioni della Corte Costituzionale, dello scorso 28 gennaio 2021, dove ha esaminato la spinosa questione relativa al «riconoscimento dello status di figli per i nati mediante tecnica di procreazione medicalmente assistita eterologa, praticata all’estero da due donne». Di fatto, con la questione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Padova, è stato sottolineato il «vuoto di tutela in presenza di una situazione conflittuale della coppia, che rendeva, tra l’altro, impraticabile il ricorso all’adozione non legittimante». Tuttavia, se da un lato la questione sollevata è stata dichiarata inammissibile, dall’altro, proprio perché in assenza di una disciplina applicabile al caso concreto, i giudici delle leggi hanno ritenuto rivolgere un monito al legislatore affinché intervenga con estrema urgenza individuando le forme più idonee di tutela dei minori nati, come per esempio nel caso in esame, in una coppia di donne mediante fecondazione eterologa, tenendo conto anche degli orientamenti sovranazionali.

Nella stessa camera di consiglio, la Consulta sollecita il legislatore affinché individui forme più adeguate di tutela del bambino nato all’estero con la tecnica della maternità surrogata, questione di legittimità sollevata dalla Corte di Cassazione sull’impossibilità di riconoscere in Italia, perché in contrasto con l’ordine pubblico, un «provvedimento giudiziario straniero che attribuisce lo stato di genitori a due uomini italiani uniti civilmente, che abbiano fatto ricorso alla tecnica della maternità surrogata». Sicché, anche in questo secondo caso, dichiarando inammissibile la questione sollevata, la Corte, fermo restando il divieto penalmente sanzionato di maternità surrogata, ha ritenuto che l’attuale «quadro giuridico non assicuri piena tutela agli interessi del bambino nato con questa tecnica». E siccome a questo fine sono prospettabili differenti soluzioni, la Corte, allo stato, ha ritenuto di non poter intervenire nel doveroso rispetto della discrezionalità legislativa, ma ribadendo il necessario e improcrastinabile intervento del legislatore in tal senso.

Numerazione in sequenza 02A21 del 15/02/2021

Occupazione e parità di trattamento

occupazione e parità di trattamentoRiprendo le pubblicazioni in questo inizio 2021 trattando, come del resto di consueto, un tema particolarmente delicato, questa volta afferente alla occupazione e parità di trattamento. Infatti, dalla lettura in combinato disposto degli artt. 2 e 3 del Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216, in materia, appunto, di “parità di trattamento” a proposito di “occupazione e di condizioni di lavoro”, è pacifico che, riassumo: «ai fini del presente decreto (…) per principio di parità di trattamento si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap, dell’età o dell’orientamento sessuale» e «si applica a tutte le persone sia nel settore pubblico che privato ed è suscettibile di tutela giurisdizionale (…) con specifico riferimento» all’accesso «all’occupazione e al lavoro, sia autonomo che dipendente, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione».

Tanto premesso, il caso qui in esame, trascinatosi per anni tra rinvii ai vari organi giurisdizionali, ha riguardato le dichiarazioni di un noto professionista che nel corso di una intervista radiofonica ebbe ad affermare «di non volere assumere e di non volersi avvalere della collaborazione, nel proprio studio, di persone omosessuali», ma che tale pronuncia era semplicemente frutto della libera manifestazione del proprio pensiero così come garantito ad ogni cittadino dall’art. 21 della Costituzione (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione), non trattandosi, quindi, «della manifestazione pubblica di una politica di assunzione», ovvero «senza che fosse in corso una procedura di assunzione». Continua a leggere