Sociologia e musica

Sociologia e musica. La cultura come coesione sociale.

Dovendo preliminarmente offrire al lettore una definizione scientifica del tema in oggetto, in questo caso data da un illustre sociologo dei nostri tempi, Luciano Gallino (1927-2015), si può affermare che: «La sociologia della musica è anzitutto un ramo della sociologia dell’arte, che con essa divide l’interesse per le relazioni che intercorrono tra i contenuti, le forme, i generi, le istituzioni, i soggetti, il mercato della produzione artistica – che in questo caso si specifica nell’opera musicale» (cfr. Gallino, 2009, p. 442).

Ebbene, alla lettura del titolo e della premessa del presente testo, chi di solito segue le mie pubblicazioni si potrebbe essere già posto la domanda sul come mai di questa pubblicazione un po’ al di fuori dei temi che in genere tratto (giustizia, devianza, crimine, eccetera). Vorrei però rassicurare che, nel prosieguo del contributo, dei riferimenti a tali fenomeni si potranno senz’altro cogliere.

Difatti, quello che ho voluto invece mettere al centro di questa mia scelta editoriale è come la società sia spesso sensibile nel ricevere o subire influenze non solo attraverso enunciati espliciti, ma anche per mezzo di strumenti comunicativi diversi rispetto a quelli che possiamo definire usuali.

Suscettibilità che, nel corso della storia, a volte hanno avuto esito positivo dal punto di vista della crescita culturale e maturazione di diritti fondamentali, altre volte, viceversa, hanno portato a vere catastrofi umane.

Ciò premesso, lo spunto per questa breve e dunque non esaustiva riflessione sociologica nasce dall’iniziativa, per me encomiabile, compiuta lo scorso 8 settembre 2016 da una nota emittente radiofonica, Radio Capital, per celebrare il ventesimo anno di attività. L’equipe, anzi, meglio dire la redazione di Radio Capital, ha infatti organizzato per l’evento il concerto di Nile Rodgers & Chic, a Roma, in Piazza del Popolo, completamente gratuito (cfr. Radio Capital Web, 2016).

Tuttavia, la mia idea si è poi consolidata pochi giorni fa, alla notizia della scomparsa alla rispettabile età di colui che è stato ribattezzato il pioniere del Rock and Roll, Chuck Berry (1926-2017), poiché, come molti sostengono, senza Chuck Berry non avremmo avuto il rock nella forma così in cui fino ad oggi è noto al grande pubblico.

È evidente come quelli appena citati, seppur con i dovuti distinguo di genere musicale, non siano gli unici artisti del secolo scorso che in qualche maniera hanno stravolto il modo di fare musica, diciamo pure compartecipi di quel grande mutamento sociale che passa dal boom economico del dopo secondo conflitto mondiale (1950-60), all’affermazione di taluni movimenti che rivendicavano il riconoscimento di diritti solo ambiti almeno fino agli inizi degli anni ‘70.

E in questo senso potrei continuare ricordando altri nomi importanti, come quelli di coloro che quasi trent’anni fa si esibirono tutti insieme a conclusione di un grande concerto tenutosi a Roma (1988), noti al pubblico anche come “The Giants Of Rock ‘N’ Roll” (cfr. Eagle Rock), tra i quali: Little Richard (1932), Jerry Lee Lewis (1935), Fats Domino (1928), BB King (1925-2015), Bo Diddley (1928-2008), Ray Charles (1930-2004), James Brown (1933-2006), Dave Edmunds (1944).

Gli archivi dei media ci aiutano a ricordare che, alla vigilia del concerto appena citato, celebrato la sera del 17 novembre 1988: «Richard sorride, ringrazia e lascia il posto al grande Diddley […] È uno dei momenti più belli della mia vita e della mia carriera, racconteremo ai giovani le radici del rock’ n’ roll. Morto il R’ n’ R? Vi sembro morto io? Sarà un concerto stupendo, noi siamo come una grande famiglia, sarà un dynamite rock’ n’ roll show» (cfr. La Repubblica, 1988).

E oggi, si dice anche: «Se volete chiamare il rock in un altro modo chiamatelo Chuck Berry, aveva detto John Lennon sottolineando come lui e una intera generazione di musicisti in tutto il mondo aveva visto la luce attraverso […] la chitarra elettrica di Chuck Berry. E ancora di più attraverso i testi delle canzoni di Berry, che avevano per la prima volta trattato i temi e gli argomenti cari alla gioventù, ad una categoria sociale che solo pochi anni prima, non esistevano nemmeno» (cfr. La Repubblica, 2017).

Comunque, Chuck Berry ha fatto parlare di se anche su altro: «Probabilmente, l’episodio che riassume meglio la turbolenta vita di Chuck Berry […] è avvenuto nel suo camerino nel 1981. Il concerto era appena finito e seduto accanto a lui c’era Keith Richards […]. Lasciò Keith Richards da solo in camerino a custodirgli la chitarra. E lui, da fan, non resistette alla tentazione di suonare lo strumento del suo idolo. Purtroppo Berry rientrò proprio mentre Richards suonava e lo colpì con un diretto al volto, lasciandogli un occhio nero. Questo era l’atteggiamento che aveva verso il mondo e il suo ambiente. Sapeva di aver inventato le regole di una musica che avrebbe cambiato il mondo» (cfr. Ansa, 2017).

Non è certo l’unico artista ad aver posto in essere bizzarrie simili e, in alcuni casi, anche di peggio.

Tornando però per un momento al concerto organizzato da Radio Capital (2016), credo si possa ragionevolmente affermare che anche Nile Rodgers (1952) – musicista e produttore, oltre che fondatore degli Chic insieme al celebre e prematuramente scomparso bassista Bernard Edwards (1952-1996), le inimitabili vocalist e altri componenti della band succedutisi nel gruppo statunitense formato nel 1976 – abbia ulteriormente e radicalmente trasformato lo scenario musicale mondiale. Gli Chic irruppero sulla scena con quella loro musica, quella tipologia di ritmo, ma anche con quella eleganza con cui si mostravano al pubblico che fecero inebriare milioni di giovani. Quei giovani che oggi adulti ancora li rincorrono nelle piazze o su internet alla ricerca dell’ultimo concerto tenuto. E non credo sia azzardato affermare che tale influenza si sia in qualche modo trasfusa anche alle generazioni attuali, considerato che il fenomeno li caratterizza al punto che a distanza di qualche decennio la loro arte fa ancora la differenza in tutto il mondo.

Così come per gli Chic, immagino le masse che riuscirebbero a trascinare “The Giants Of Rock ‘N’ Roll”, semmai esistesse la possibilità di, in primis, riportare in vita i defunti, per poi riunirli ancora una volta insieme a quelli ancora viventi per un altro memorabile concerto!

Utopie a parte, periodi, quelli anzidetti, caratterizzati da una forte trasformazione del tessuto sociale con particolare riguardo a tutta una serie di conquiste collettive, si pensi, solo per esempio, ai diritti maturati dalle donne e dai lavoratori, e non solo in termini di parità tra i due sessi.

Diciamo pure che dopo la prima rivoluzione francese di fine ‘700 e quella industriale dell’800, le quali hanno dato un forte contributo alla nascita di una nuova scienza, per l’appunto la Sociologia di Comte, Durkheim, Marx, Weber, Pareto a altri celebri autori, negli anni dal 68’ al 78’ del 900’ intervengono su sollecitazione collettiva, di alcuni movimenti popolari in particolare, tutta una serie di provvedimenti normativi che se dal punto dell’ottica sociologica erano in ritardo rispetto all’oramai mutamento delle dinamiche, èrgo esigenze sociali, tuttavia si può dire che da quel momento in poi, per quanto attiene ad una molteplicità di cose, nulla sarà più come prima.

Una sorta di terza rivoluzione, rispetto alle due precedenti menzionate, prettamente culturale questa volta, che ha portato in Italia una stagione di attese conquiste e riforme istituzionali, tra le altre ricordo: il riconoscimento dell’obiezione di coscienza (1972); la depenalizzazione del consumo personale di sostanze stupefacenti (1975); le riforme per una libera sessualità e per libertà d`espressione; la legge sul divorzio, dove appunto il matrimonio civile non è più indissolubile; la legge sull’aborto; sempre dal punto di vista normativo si stabiliscono nuovi equilibri tra diritti e doveri tra i coniugi; nuove norme regolano l’interruzione della gravidanza; conquiste salariali e di qualità del lavoro; l’abrogazione nel 1981 del reato di omicidio e lesione personale a causa di onore.

Proseguendo con la musica e i suoi effetti sull’artista produttore ed esecutore, nonché sulla società, una delle prime definizioni che in genere si apprendono dai testi di teoria è la seguente: La musica è l’arte dei suoni. E nella cultura greca la musica rappresentava un indispensabile complemento della poesia e del teatro, dove il poeta era anche musicista e dove gli appartenenti all’aristocrazia usavano schemi melodico-vocali (cfr. Casini, 2006).

Per esempio, Platone (427-347 a.C.) dà come scontata la suggestione della musica sulla psiche umana, ovverosia ammette che una data melodia prodotta in un determinato ambito di relazioni fra suoni rifletta in modo automatico una certa suggestione (ibidem).

Non credo che tale assunto contrasti poi tanto con quella sorta di avversione che Platone aveva verso l’arte, che, non a caso, distinse tra strumento educativo e arte come espressione estetica. Nella prima ipotesi, l’arte era ritenuta necessaria se rivolta all’educazione dei cittadini; nella seconda, affatto, in quanto l’arte rappresenta la copia imperfetta delle idee, e dunque «criticava i poeti in quanto ingannatori», lo stesso poeta che «si lascia trasportare dalla passione e non conosce il calcolo, si emoziona invece di riflettere» (cfr. AA.VV. 2015, pp. 114-117).

Per Sant’Agostino (354-430), la musica era addirittura considerata un mezzo in più per arrivare a quelle che egli definiva magnifiche meraviglie dell’infinito. E non è un caso se fra le inimitabili opere filosofiche e pedagogiche del noto pensatore cristiano vi sia ricompresa anche “La musica” (389). Del resto, Sant’Agostino, con la sua dottrina, gettando le basi del pensiero medievale, segnò significativamente quello di tutto l’Occidente (cfr. AA.VV. 2016).

Tuttavia, la musica è riuscita a stimolare emozioni anche in soggetti tutt’altro che afferenti alle richiamate magnifiche meraviglie dell’infinito citate da Sant’Agostino, da questo punto di vista credo mi basti citare il Führer dell’improbabile Terzo Reich millenario, Adolf Hitler (1889-1945), noto anche per quella sorta di “venerazione” verso Richard Wagner (1813-83), al punto di essere particolarmente suggestionato da tutta la musica wagneriana. Si narra infatti che: «Hitler ordinò inoltre che all’annuncio della sua morte venisse trasmesso il Gottesdaemnerung di Wagner» (cfr. Dolcetta, 2003, p. 166).

Del resto la musica è stata anche destinata ad assumere una pregnante rilevanza socio-politica, con particolare riferimento all’insorgenza del concetto di nazionalismo tipico del ‘800. Da un certo punto di vista gli scritti di Richard Wagner esprimono senza ombre di dubbio il rapporto tra musica e spirito nazionalista, poiché lo stesso autore pare convinto che il solo vero artista sia il popolo, che al contempo si pone al centro della scienza come l’oggetto dell’arte stessa (cfr. Monceri, 1999).

E nella Germania hitleriana, chi meglio di Wagner poteva rappresentare «Il personaggio centrale del risveglio di un nazionalismo di tipo emotivo e religioso, che trovava espressione nel mito, nei simboli e nelle feste» (cfr. Mosse, 2009, p. 149).

Lo stesso Wagner, riformatore del teatro musicale rispetto ai precedenti inventori del melodramma, il quale, peraltro, in qualche modo richiama, con riferimento alla cultura occidentale, il concetto di origini della musica quali connesse col mito. Infatti, fu proprio dal ‘600 che nella tradizione musicale occidentale si andò ad affermare la drammaturgia, la quale influenzò in maniera incisiva il susseguente sviluppo dell’arte melodica (cfr. Casini, 2006).

Tornando un attimo al significato sociologico della musica, come prima accennato, ulteriormente individuabile come una arteria della più ampia sociologia dell’arte, essa studia le relazioni che esistono tra i variegati fenomeni musicali e i contesti sociali in cui i medesimi si vengono a originare e dunque a manifestarsi alla collettività. E da questo punto di vista, da sempre i linguaggi musicali assumono un ruolo privilegiato nei processi di costruzione, sia della realtà sociale, quanto dell’immaginario di ogni singolo individuo (cfr. Savonardo, 2010).

Gli stessi individui, anche inconsapevolmente, sono immersi nel suono e in tutto ciò che lo alimenta, a loro volta alimentandolo attraverso il suo stesso consumo, in un processo continuo di ridefinizione della propria identità culturale. E così come avviene per altre dinamiche umane dell’era digitale, i processi di connessione e interazione virtuali contribuiscono non poco a ridefinire vecchi linguaggi creandone di nuovi. Pertanto un corretto approccio allo studio sociologico dei processi musicali, impone un’accurata analisi di tali processi al fine di comprendere sia le dinamiche che caratterizzano l’universo musicale, sia le relazioni con i diversi contesti socioculturali che in qualche modo ispirano la musica e dunque il musicista/autore stesso (ibidem).

Interessarsi, perciò, alla sociologia della musica, significa intraprendere un percorso di comprensione del complesso e articolato rapporto tra i linguaggi musicali e la realtà sociale in cui e per cui essi hanno origine e sono poi espressi, con particolare riferimento all’esigenza di mutamento proprio di quel dato contesto sociale.

Riguardo alla teoria sociologica della musica, alcuni autori fanno richiamo al fatto che la stessa è stata oggetto di studio anche da parte dello stesso di Max Weber (1864-1920), nell’opera Economia e società (postuma, 1922). Infatti, sostengono, che partendo dall’analisi dei fenomeni religiosi, nel processo di razionalizzazione della società occidentale, assume un ruolo fondamentale proprio l’arte intesa nel suo insieme, al punto da rintracciarne una ragionevole spiegazione nel contesto dell’evoluzione della sfera religiosa, di tutte le religioni, le quali hanno tentato di istituzionalizzarsi attraverso la creazione di una base di massa. Per questo motivo, l’arte e la musica in particolare offrirebbero l’indispensabile tramite fra la dimensione umana e quella divina, un tramite che per la sua natura irrazionale è in grado di legare in maniera indissolubile l’individuo alla divinità di suo riferimento (cfr. Monceri, 1999).

Vi è di più, giacché per Weber la forma artistica e i canoni estetici sono strettamente collegati agli strumenti tecnici posseduti dell’artista creatore, pertanto la storia dell’arte rappresenta in qualche maniera la storia dei mutamenti tecnologici e dei miglioramenti qualitativi, i quali consentono la soluzione ai più variegati problemi che il medesimo artista incontra nel quotidiano. Ed è proprio attraverso lo sviluppo delle tecniche (strumentali e di trascrizione della musica) che la musica occidentale si evolve, fino a raggiungere la forma attuale (ibidem).

Avviandomi verso la conclusione di questo breve contributo, vale perciò la pena ricordare come la musica è, e, aggiungo, non certo da oggi: «il mezzo di espressione e di integrazione emotiva preferito dai movimenti giovanili, ed in quest’ottica essa non è solo un veicolo, ma diventa essa stessa un comportamento collettivo» (cfr. Gallino, 2009, p. 443).

Da questo punto di vista, intendo accostare, seppur con dovuta cautela, gli effetti della musica riguardo al richiamato comportamento collettivo, e dunque al concetto di azione linguistica offerta dal filosofo John Langshaw Austin (1911-1960). Anzi, per meglio dire, del fulcro della sua riflessione, secondo la quale: «proferire seriamente un enunciato significa sempre parlare non solo con un certo significato, ma anche con una certa forza intenzionale», concetto che lo stesso autore ha definito atto illocutorio; sta ulteriormente a significare che: «ogni attore, quando proferisce seriamente un enunciato, quando afferma qualcosa, e lo fa affermando ciò che dice, e non semplicemente come conseguenza di ciò che è stato detto» (cfr. Skinner, 2001, p. 65).

La musica va quindi intesa anche come forma di comunicazione, che non rappresenta una sfera autonoma rispetto ad altri ambiti comunicativi, ma più considerevolmente una prospettiva attraverso la quale si possono leggere e cercare di interpretare taluni fenomeni sociali, siano essi individuali che collettivi; al giorno d’oggi, almeno nei paesi cosiddetti sviluppati, arricchita di nuove modalità di diffusione rispetto al recente passato che ne amplificano la portata, diciamo pure arricchita di strumenti efficacemente definiti personal media (cfr. Paccagnella, 2010). Un esempio per tutti: i canali multimediali dei social network e di YouTube in particolare.

Da Platone a Sant’Agostino, da Weber ad Austin, un percorso lungo che merita ben più ampia riflessione rispetto a quanto qui brevemente trattato. Una riflessione che però non può non chiamare in causa gli effetti di certe emozioni sulle masse, così come per esempio suggerisce Gustave Le Bon (1841-1931), che definisce le folle come suggestionabili, una suggestione contagiosa che, nei soggetti attinti, una qualunque idea fissa tende a trasformarsi in azione concreta, buona o malevola che sia (cfr. Le Bon, 1895).

Parafrasando Scipio Sighele (1868-1913), sembra come se la forza suggestiva della folla porti con sé una sorta di fascino, un fascino strano quanto terribile, al punto di convertire in un assassino perfino un uomo saldamente pietoso (cfr. Sighele, 1891). ML

Riferimenti bibliografici

AA.VV. (2016) Imparare a pensare. Sant’Agostino, Milano, RBA Italia.

AA.VV. (2015) Imparare a pensare. Platone, Milano, RBA Italia.

Casini C. (2006) Storia della musica, Milano, Bompiani.

Dolcetta M. (2003) Nazionalsocialismo esoterico, Roma, Castelvecchi.

Gallino L. (2009) Dizionario di Sociologia, Torino, UTET.

Le Bon G. (1895-2011) Psicologia delle folle, Milano, TEA.

Monceri F. (1999) Musica e razionalizzazione in Max Weber, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane.

Mosse G. (2009) La nazionalizzazione delle masse, Bologna, il Mulino.

Paccagnella L. (2010) Sociologia della comunicazione, Bologna, il Mulino.

Savonardo L. (2010) Sociologia della musica, Torino, UTET.

Sighele S. (1891-2015) La folla delinquente, Milano, La Vita Felice.

Skinner Q. (2001) Dell’interpretazione, Bologna, il Mulino.

Riferimenti sitografici

Ansa, Cultura (20 marzo 2017), Ecco perché Chuck Berry è stato così importante per la musica.

Eagle Rock, All Star Jam (From Legends of Rock ‘n’ Roll).

La Repubblica, Spettacoli (18-19 marzo 2017), Addio Chuck Berry, pioniere del rock.

La Repubblica, Archivio (17 novembre 1988), Rock, va in scena la storia.

Radio Capital Web (8 settembre 2016), Il video finale con la Festa per i 20 anni di Radio Capital.

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Marco LILLI

Sociologo e Criminologo forense

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