Sicurezza sul lavoro

Infortuni e responsabilità (eventuale) del datore di lavoro

Riprendo un argomento già trattato in passato, anche su altre riviste a tema, cioè quello della sicurezza nei luoghi di lavoro a tutela di chiunque ha necessità di frequentarli, evidentemente a partire dai lavoratori, al datore di lavoro stesso, preposti, esterni autorizzati.

Pertanto, con l’odierno contributo, oltre a riproporre uno spunto di riflessione rispetto ai limiti di responsabilità oggettiva del datore di lavoro nei confronti del dipendente che resta vittima di infortunio sul lavoro per mano di terzi, cercherò di mettere in evidenza anche quelli che, secondo un recente orientamento giurisprudenziale, sono i limiti della responsabilità da attribuire al datore di lavoro stesso.

Il primo caso riguarda un addetto alla sicurezza, una guardia particolare giurata, aggredita e malmenata durante lo svolgimento del proprio turno di lavoro, il secondo caso riguarda invece l’infortunio occorso a un dipendente nonostante pacificamente accertato che lo stesso era stato munito di tutti i necessari presidi di sicurezza e adeguatamente istruito nonché addestrato per adempiere alle sue specifiche mansioni di operaio specializzato.

1. Una guardia giurata impugnava la sentenza del Tribunale che aveva respinto la sua domanda volta al risarcimento del danno biologico – articolo 2087 Codice civile [1] – non ravvisando alcuna colpa a carico del datore di lavoro nell’infortunio subito mentre svolgeva il servizio (notturno) di vigilanza e pattugliamento, quando fu aggredita e malmenata da alcuni soggetti che in precedenza ne avevano speronato l’auto di servizio su cui viaggiava, costringendola ad arrestare la marcia.

A seguito delle percosse subite, la vittima deduceva di avere riportato lesioni permanenti e che il Tribunale aveva erroneamente rigettato il ricorso giacché l’infortunio occorso era stato determinato da un fatto costituente reato commesso da terzi, senza dunque che al datore di lavoro potesse addebitarsi alcun tipo di responsabilità.

Lo stesso appellante censurava la sentenza in oggetto sotto vari profili, evidenziando, inoltre, come il Tribunale avesse rigettato la domanda sebbene il datore di lavoro non avesse adottato tutte le cautele necessarie a evitare l’evento dannoso, non avendo, in particolare, inviato altri colleghi sul luogo per coadiuvare la medesima vittima. Da precisare che anche la Corte d’Appello rigettava il gravame e compensava le spese.

In buona sostanza il ricorrente lamenta che l’articolo 2087 Codice civile, configurando una responsabilità contrattuale, impone al lavoratore danneggiato solo di dimostrare la fonte del suo diritto, il danno subito e la sua riconducibilità al titolo dell’obbligazione, mentre grava sul datore di lavoro l’onere di aver adottato ogni cautela al fine di evitare il danno, o che lo stesso è derivato da causa a lui non imputabile. Deduce, inoltre, che nell’evento chiamato a presidiare, alcuni giovani già avevano aggredito due persone all’interno del parco, sicché l’azienda avrebbe dovuto attivarsi per predisporre ulteriori misure di sicurezza.

Secondo la Cassazione il motivo è in parte inammissibile, laddove richiede alla Corte stessa una diversa valutazione delle circostanze di fatto e delle risultanze istruttorie, e per il resto infondato. «Ed infatti, seppure è vero che la giurisprudenza di legittimità ha affermato che può sussistere […] la responsabilità del datore di lavoro, ex art. 2087 c.c., anche laddove l’evento dannoso sia derivato dall’azione, anche delittuosa, di terzi, è altrettanto vero che il fondamento della responsabilità è sempre stato ravvisato in un elemento colposo di questi, così come, nel caso della rapina, allorquando pur a fronte di ripetuti e denunciati episodi criminali, la datrice di lavoro non abbia adottato alcuna misura idonea ad evitare il danno».

Ebbene, alla luce dell’orientamento giurisprudenziale in esame, con riferimento alla tutela dell’integrità psicofisica dei lavoratori dipendenti dalle aggressioni conseguenti all’attività criminosa di terzi, emerge come l’ampio ambito applicativo dell’articolo 2087 Codice civile «non può essere dilatato fino a comprendervi ogni ipotesi di danno», bensì valutato su fattispecie fattuali specifiche, infatti, diversamente: «si perverrebbe all’abnorme applicazione di un principio di responsabilità oggettiva ancorata al presupposto teorico secondo cui il verificarsi dell’evento costituisce circostanza che assurge in ogni caso ad inequivoca riprova del mancato uso dei mezzi tecnici più evoluti del momento, atteso il superamento criminoso di quelli in concreto apprestati dal datore di lavoro» (cfr. Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 12089/2013; decisione del 19 febbraio 2013; data di pubblicazione del provvedimento 17 maggio 2013).

2. In questo secondo e più recente caso, un operaio specializzato restava vittima di infortunio sul lavoro nonostante dagli accertamenti postumi al fatto emergeva che lo stesso lavoratore aveva ricevuto dal datore di lavoro sia tutti i necessari presidi atti alla sicurezza, sia adeguata informazione sui rischi con altrettanto adeguato addestramento per le funzioni lui attribuite.

Ebbene, sottolinea la Cassazione: «posto che il lavoratore che agisca nei confronti del datore di lavoro per il risarcimento del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro, seppure non debba provare la colpa del datore di lavoro, nei cui confronti opera la presunzione posta dall’art. 1218 cod. civ. è pur sempre onerato […] della prova del fatto costituente l’inadempimento e del nesso di causalità materiale tra l’inadempimento e il danno» [2].

Pertanto, si rileva che l’art. 2087 del Codice civile «non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento». Perciò, con specifico riguardo al danno alla salute patito dal lavoratore, la prova liberatoria a carico del datore di lavoro è correlata alla «quantificazione della misura della diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle indicate misure di sicurezza, imponendosi, di norma, al datore di lavoro l’onere di provare l’adozione di comportamenti specifici che, ancorché non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche», ma anche dagli standard di sicurezza che in genere sono osservati oppure trovino riferimento in altre fonti analoghe (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, Ordinanza n. 4970/17; decisione del giorno 1 dicembre 2016; data di pubblicazione del provvedimento 27 febbraio 2017).

Dovendo brevemente riassumere il senso di entrambi gli esempi qui esaminati, si può ragionevolmente concludere che, almeno in alcuni e specifici casi, al datore di lavoro non si possono sempre imputare responsabilità giacché è improponibile la tesi secondo la quale egli, in ogni situazione, possa garantire un ambiente di lavoro completamente privo di rischi da infortunio, e dunque da evenienze umanamente imprevedibili ▪ M. Lilli

Note a piè pagina

[1] Cfr. Articolo 2087 Codice civile: «Tutela delle condizioni di lavoro. L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».

[2] Cfr. Articolo 1218 Codice civile: «Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile».