La legge è legge

Propongo la lettura di un caso che renderà appagati alcuni e probabilmente insoddisfatti molti altri, perché la domanda che più di uno si potrebbe porre è: ma con tutti i problemi che ha la giustizia italiana, dove si trovano risorse e tempo per trattare certe situazioni?

L’oggetto in esame riguarda un allevatore di pollame condannato «perché, per crudeltà e senza necessità, con il proprio fucile regolarmente detenuto, aveva sparato» e ucciso un cane responsabile di essersi intrufolato nel pollaio di sua proprietà.
Questi sono alcuni passaggi decisori della cassazione che nel dichiarare inammissibile il ricorso proposto dallo sparatore ha di fatto reso definitiva la sentenza di condanna: «La Corte territoriale ha […] osservato che, nella specie, difettava in concreto la necessità di uccidere il cane, perché lo stesso aveva già azzannato la gallina e stava uscendo dalla proprietà dell’imputato quando questi gli aveva sparato, con la conseguenza che il pericolo poteva considerarsi in atto al momento dell’aggressione della gallina, ma cessato, siccome la gallina era stata presa ed il cane si stava allontanando con la preda».

Inoltre, «la morte della gallina, animale da cortile destinato alla produzione di uova o alla macellazione, non rappresentava un danno giuridicamente apprezzabile tale da giustificare l’uccisione del cane, animale non solo di maggior valore economico, ma soprattutto d’affezione, e quindi tutelato»; perciò «il danno patrimoniale dell’imputato poteva essere risarcito con la dazione del controvalore della gallina, come già avvenuto in un’occasione, mentre l’uccisione del cane, come si poteva arguire anche dalla testimonianza della moglie dell’imputato, costituiva un’immotivata ritorsione per le reiterate molestie recate dai cacciatori». Continue reading “La legge è legge”

Social e dintorni

Ripropongo due brevi riflessioni di altrettanti intellettuali dei nostri tempi: Umberto Eco (1932-2016) e Francesco Alberoni (1929). Eco (2015), a margine della cerimonia per il conferimento della laurea honoris causa in “Comunicazione e cultura dei media”, presso l’Università di Torino, così ebbe tra altro a puntualizzare: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli […] Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità […] I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno». Alberoni (2018), in un recente articolo dal titolo “Se la Rete è il trionfo dell’idiozia e degli insulti”, ha invece scritto che: «oggi sul web ha successo tutto ciò che è stupido, irrazionale e inatteso. Non c’è spazio per la riflessione, lo studio, l’approfondimento. E viene il sospetto che il successo improvviso di leader popolari […] sia dovuto alla manipolazione emotiva di masse ignoranti». Ebbene, ciò riassunto, a mio avviso, non credo debba destare frustrazione nei destinatari di tali affermazioni, poiché il fatto che un tempo a scrivere erano in pochi, ma capaci, e a leggere erano tutti gli altri, è solo una manifesta e scomoda verità; a differenza di oggi dove a scrivere sono in tanti, ma coloro capaci di discernere la buona scrittura in termini di contenuto da quella diversamente tale, sono sempre meno.

L’incertezza normativa

Come primo post dell’anno propongo una riflessione su cui è tornata la Suprema Corte di Cassazione, richiamando decisioni precedenti, in tema di «incertezza normativa oggettiva», vale a dire quella «situazione giuridica oggettiva, che si crea nella normazione per effetto dell’azione di tutti i formanti del diritto, tra cui in primo luogo, ma non esclusivamente, la produzione normativa, e che è caratterizzata dall’impossibilità, esistente in sé ed accertata dal giudice, d’individuare con sicurezza ed univocamente, al termine di un procedimento interpretativo metodicamente corretto, la norma giuridica sotto la quale effettuare la sussunzione di un caso di specie ultima o, se si tratta del giudice di legittimità, del fatto di genere già categorizzato dal giudice di merito». Sicché, l’incertezza normativa oggettiva «non ha il suo fondamento nell’ignoranza giustificata, ma nell’impossibilità, abbandonato lo stato d’ignoranza, di pervenire comunque allo stato di conoscenza sicura della norma giuridica tributaria». Perciò: «trattandosi di un’esimente prevista dalla legge a favore del contribuente, l’onere di allegare la ricorrenza di siffatti elementi di confusione, qualora effettivamente esistenti, grava sul contribuente secondo le regole generali in materia di onere della prova» (cfr. Sezione V Civile, Sentenza n. 32436/2018).