La legge è legge

Propongo la lettura di un caso che renderà appagati alcuni e probabilmente insoddisfatti molti altri, perché la domanda che più di uno si potrebbe porre è: ma con tutti i problemi che ha la giustizia italiana, dove si trovano risorse e tempo per trattare certe situazioni?

L’oggetto in esame riguarda un allevatore di pollame condannato «perché, per crudeltà e senza necessità, con il proprio fucile regolarmente detenuto, aveva sparato» e ucciso un cane responsabile di essersi intrufolato nel pollaio di sua proprietà.
Questi sono alcuni passaggi decisori della cassazione che nel dichiarare inammissibile il ricorso proposto dallo sparatore ha di fatto reso definitiva la sentenza di condanna: «La Corte territoriale ha […] osservato che, nella specie, difettava in concreto la necessità di uccidere il cane, perché lo stesso aveva già azzannato la gallina e stava uscendo dalla proprietà dell’imputato quando questi gli aveva sparato, con la conseguenza che il pericolo poteva considerarsi in atto al momento dell’aggressione della gallina, ma cessato, siccome la gallina era stata presa ed il cane si stava allontanando con la preda».

Inoltre, «la morte della gallina, animale da cortile destinato alla produzione di uova o alla macellazione, non rappresentava un danno giuridicamente apprezzabile tale da giustificare l’uccisione del cane, animale non solo di maggior valore economico, ma soprattutto d’affezione, e quindi tutelato»; perciò «il danno patrimoniale dell’imputato poteva essere risarcito con la dazione del controvalore della gallina, come già avvenuto in un’occasione, mentre l’uccisione del cane, come si poteva arguire anche dalla testimonianza della moglie dell’imputato, costituiva un’immotivata ritorsione per le reiterate molestie recate dai cacciatori».

Non è tutto, poiché: «Quanto all’elemento psicologico, la persona offesa ha dichiarato che l’imputato aveva affermato che “lui i cani che entravano nella sua proprietà li uccideva”, frase che l’imputato stesso non aveva contestato. La Corte territoriale ha quindi concluso che l’imputato non aveva sparato al cane perché stava difendendo la sua proprietà ma solo per punirlo dei danni ricevuti e dell’invasione della sua proprietà. Del resto, la moglie aveva riferito che ben quattro galline ovaiole erano state uccise dai cani» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione Terza, Sentenza 49672/2018, decisa il 26 aprile 2018).

In sintesi, uno dei punti focali della questione sembra rinvenirsi anche nel fatto che l’aggressore, il cane, non è stato attinto dal colpo di fucile del contadino nel momento in cui faceva razzia di galline, bensì mentre si dava alla fuga, e che quindi non venendosi a creare quella situazione di immediato pericolo per l’intero pollaio, la reazione dell’uomo uccisore risultò abnorme.

Ebbene, invito i miei lettori a mettere in relazione la fattispecie giuridica appena narrata con l’idea di chi crede a chissà quale stravolgimento potrà mai portare la riforma sulla legittima difesa nel nostro Paese.