7. Lo Stato moderno

Lo Stato moderno. Diritti, politica e cittadinanza

* Contributo già pubblicato in: “Sociologia. La Società in Rete” (2014), pp. 36-43 (Numero Unico, Anno VI – ISSN 1970-5972)

Spesso si sente parlare di temi legati al ruolo della politica, alla sua funzionalità, oppure, ultimamente, al suo “scollamento” dai cittadini, da questi ultimi vista come una sorta di risorsa personale per pochi anziché un qualcosa di veramente necessario per la collettività.

È un sentire comune, nel senso che oramai si ha scarsa fiducia sia del politico per così dire “lontano” (potere centrale), sia di quello di prossimità (un sindaco, ad esempio). Il perché forse non è nemmeno tanto difficile da individuare, basta leggere i giornali, paper or electrinics, nazionali o locali, oppure seguire talune trasmissioni televisive d’inchiesta per capire come in molteplici casi alcuni personaggi fanno politica solo per un tornaconto personale, parentale o d’altro interesse.

Ebbene, proprio perché non credo di aver accennato a nulla di nuovo o celato da chissà quale mistero, ho pensato di ripercorrere, seppur brevemente, alcuni passi concernenti la nascita ed evoluzione dello Stato moderno. Diciamo pure uno spunto di riflessione sul percorso tortuoso e faticoso che ha poi portato molti paesi a scegliere una forma di governo democratica; con i suoi limiti e dunque sicuramente non perfetta, ma verosimilmente la più accettabile in termini di diritti umani e, dunque, di libertà individuale.

La politica, così come si conosce, cioè l’arte di governare la società e dei suoi rapporti in cui è analizzata, si articola attraverso le seguenti tre variabili: la politics, ossia le dinamiche attuate dai vari partiti o gruppi di pressione per riuscire a conquistare il potere politico; la policy, cioè le leggi o altri atti giuridici attuati dal potere politico per gestire la cosa pubblica, quindi lo Stato; la polity, ossia il consenso da parte della collettività al potere politico e la coesione sociale tra le varie classi.

L’intreccio di queste variabili della politica è elemento caratterizzante della governance, ossia l’insieme di regole, di ogni livello (leggi, regolamenti, eccetera), che disciplinano la gestione della società stessa e della cosa pubblica nel suo insieme, cioè dello Stato. Tutto questo oggi è integrato nel cosiddetto e-government, in altre parole il processo di informatizzazione della Pubblica Amministrazione, il quale consente di gestire i procedimenti con sistemi digitali grazie all’uso delle nuove tecnologie, con lo scopo di ottimizzare il lavoro degli enti e di offrire agli utenti (cittadini ed imprese) sia servizi più rapidi, sia servizi nuovi.

Richiamando l’analisi di Segatori (2007), l’evoluzione del concetto di Stato e della politica è riassumibile nelle seguenti cinque fasi:

▪ la nascita dello Stato moderno quale risultante della dinamica socioeconomica e culturale-politica, realizzatesi in Europa a seguito della nascita e affermazione delle monarchie assolute di Inghilterra, Francia e Spagna;

▪ l’evoluzione delle forme di Stato, cioè da liberale a liberal-democratico a social-democratico, parallelamente al riconoscimento dei diritti civili, politici e sociali;

▪ le variabili intervenienti della forma di Stato sociale connesse ai fattori di crisi legati ai nuovi bisogni, alla difficoltà economica per soddisfare i costi crescenti e alle critiche provenienti da teorie neoliberiste [1];

▪ l’imporsi di altre forme di Stato non democratiche, come i regimi autoritari, totalitari, post-totalitari e sultanistici;

▪ l’impatto legato al processo di globalizzazione subito dallo Stato e dalla cittadinanza, nonché il confronto finalizzato alla risoluzione delle crisi tra le ipotesi di un governo mondiale, basato su un’unica potenza (USA), l’ipotesi di una crescita delle nuove entità sovranazionali (UE), ovvero sul potenziamento del ruolo e dei poteri dell’ONU.

Ebbene, nell’ambito di una concettualizzazione della politica, Weber (1864-1920), quando parla del potere, definisce lo Stato come quella comunità che entro determinati limiti territoriali esige con successo il monopolio della forza fisica legittima. Concetto, quello della territorialità e della forza fisica legittima, che non a caso la teoria consolidata dal diritto pubblico riproduce in popolo, territorio e sovranità.

Lo Stato moderno è preceduto da due diverse stagioni politiche: il sistema feudale, più lungo e la società dei ceti, di media durata. Nella successione dei diversi momenti la variabile politica è strettamente correlata sia all’andamento socio-economico sia culturale-ideologica. Infatti, nel sistema feudale il signore fondiario – il vassallo – esercitava tutti i poteri conferitigli dal diritto feudale e rispondeva solo a un altro signore sopra di lui – il feudatario – che, a sua volta, sottostava al regnante supremo. Tuttavia, anche il potere di quest’ultimo richiedeva una legittimazione, quella “teocratica”, cioè da parte del papato.

Sul finire del medioevo, parimenti a un’economia agricola, nasce nei borghi e nelle città una nuova forma economica legata all’artigianato e commercio, dando luogo, di fatto, a nuove corporazioni professionali autonome, ovvero a nuovi ceti sociali cosiddetti emergenti.

Gran parte degli storici sostiene che lo Stato moderno nasce nell’epicentro del vecchio continente tra la metà del XV e XVII secolo, con il costituirsi delle monarchie assolute di Francia, Spagna e Inghilterra. Tale affermazione corrisponde all’esito convergente di almeno tre dinamiche: 1) di tipo socio-economico, dove gli interessi dei produttori e commercianti dovevano avvenire in un territorio sufficientemente vasto; 2) di tipo culturale e ideologico, cioè consolidazione del concetto di Stato sovrano e autonomia della politica; 3) di tipo squisitamente politico, cioè supremazia dello Stato rispetto alla grande feudalità e alla Chiesa. Si ha così il passaggio da un sistema di poteri di tipo personale e patrimoniale a un sistema di poteri pubblico e impersonale. Trasformazione, dunque, delle cariche ad personam in uffici pubblici.

Sarà proprio la Francia che per prima edificherà un corpo di funzionari politici che andrà a sostituire i vecchi ceti. Con questa nuova formula politica lo Strato avrà così una perfetta macchina burocratica, organizzata in modo razionale per meglio gestire le entrate e la spesa pubblica. La stessa formula darà atto anche del passaggio da uno Stato cosiddetto gubernaculum, dove il regnante non è soggetto alla legge, a uno Stato iurisdictio, cioè dove anche il regnante è assoggettato alle leggi vigenti.

Come appena accennato, con la nascita dello Stato moderno si crea una macchina politico-burocratica e si innesca un processo di inclusione dei soggetti un tempo esclusi dalla sfera del potere politico. Pertanto questi fenomeni caratterizzeranno l’inclusione dei soggetti della politica dal basso. Sono i borghesi che per primi rivendicano tale inclusione.

Secondo il sociologo inglese Thomas Humphrey Marshall (1893-1981), è nel XVII secolo che avviene il processo di capovolgimento della categoria da suddito a cittadino (civis). Lo stesso autore definisce la cittadinanza come uno status che è conferito a chi è membro a pieno diritto di una comunità; e ricostruisce il suo consolidarsi attraverso la conquista e riconoscimento di tre tipi di diritti/doveri: civili, politici e sociali.

Per quanto attiene ai diritti civili, un primo riconoscimento si ha in Inghilterra alla fine del ‘600 quando il sovrano, in cambio della fine della rivoluzione con deposizione delle armi, concede ai cittadini il diritto all’integrità della persona, al domicilio, alla corrispondenza, alla libertà di movimento, di opinione e alla proprietà privata. A tal proposito, emblematica è la riflessione del filosofo britannico John Locke (1632-1704), il quale sostiene che se si è ritenuto opportuno conferire tutto il potere ad un solo uomo per evitare le sopraffazioni degli individui fra loro, allora a maggior ragione dovrà essere posto un limite al potere dello stesso uomo che per natura, a sua volta, potrebbe essere tentato a qualsiasi abuso.

I diritti politici invece si consolideranno, variando da paese a paese, tra l’Ottocento e oltre la metà del Novecento, secondo la seguente successione: riconoscimento ai soli uomini adulti con reddito tassabile; suffragio universale solo maschile; suffragio universale maschile e femminile; abbassamento del limite dell’età adulta; soluzioni per l’inclusione di cittadini stranieri.

Tuttavia, sostiene il politologo statunitense Robert Dahl (1915-2014), si può parlare di riconoscimento completo ed effettivo dei diritti politici solo quando l’elettorato attivo e passivo sono esercitati in elezioni libere, cioè senza condizionamenti; pluralistiche, ovverosia partecipate da più liste in competizione; ricorrenti, vale a dire svolte periodicamente a scadenza prestabilita per legge; ma il quadro delle garanzie si completa con il principio del filosofo e giurista francese Montesquieu [2] riguardo alla separazione dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, con il quale si assicura che le tre funzioni siano correttamente affidate a organi diversi e separati, affinché, pertanto, ciascuno non possa prevaricare sugli altri.

Per inciso, questo dell’effettiva separazione dei poteri è un argomento di assoluta attualità, si analizzi in proposito la storia politica italiana dal 1993 a tuttora, cioè dall’inchiesta meglio nota con il nome di Mani pulite condotta da un pool di magistrati del Tribunale di Milano. Da ciò forse si può comprende ragionevolmente bene come ancora oggi il tema della separazione dei poteri è assai bollente. Infatti, se da una parte c’è chi sostiene che certe azioni della magistratura sono finalizzate a destabilizzare la compagine politica, dall’altra c’è chi auspica ancora più rigore nell’accertamento della correttezza nella gestione della cosa pubblica. Altro nodo in tal senso e ugualmente assai delicato riguarda la tanto auspicata riforma del Consiglio superiore della magistratura, e cioè l’organo che si occupa dei giudici che se messo sotto il controllo della politica ecco che va, o potrebbe andare, a minacciare la loro stessa indipendenza.

I diritti sociali, altra evoluzione dei diritti di cittadinanza, si maturano tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, vi sarà ricompresa l’assistenza sociale e di tutela del lavoro, come le malattie, infortuni e pensioni di vecchiaia – già introdotti in Germania nel 1881 dal governo guidato da Otto Von Bismarck (1815-1898) per bilanciare le misure adottate contro la libertà di stampa e di associazione (cfr. Vivarelli, 2004).

In seguito, nella stagione di massima affermazione, tali diritti riguarderanno più in generale l’assistenza sociale e sanitaria, la previdenza, l’istruzione, la casa e la tutela del lavoro intesa come occupazione, formazione e disoccupazione.

Infine, abbiamo i diritti di quarta generazione, maturati più recentemente, che ricomprendono prevalentemente i diritti culturali e quelli a tutela dell’ambiente e degli animali, ma anche quella parte dei diritti del lavoratore riconducibili al fatto che quest’ultimo deve essere libero di poter scegliere il luogo (inteso come parte del mondo) ove poter prestare la propria opera senza che intervenga una regressione dei diritti già acquisiti. A questo proposito si pensi al cosiddetto dumping sociale, vale a dire quella pratica di alcune imprese, soprattutto multinazionali, di delocalizzare la propria attività in aree del mondo in cui possono beneficiare di disposizioni meno restrittive in materia di lavoro, e dunque d’impiego di mano d’opera dove il costo della stessa è inferiore.

All’evoluzione dei diritti di cittadinanza ne corrisponde una parallela concernente le forme di Stato, si passa quindi da una forma di Stato assolutistico ad una costituzionale, dove l’identificazione è determinata, appunto, dal tipo dei diritti riconosciuti, dalle garanzie e dal grado di inclusione degli attori sociali. Tale evoluzione porta all’attestarsi dello Stato liberale, dello Stato liberal-democratico e dello Stato liberale e social-democratico.

Lo Stato liberale corrisponde con il riconoscimento pieno e garantito dei diritti civili di cittadinanza.

Lo Stato liberal-democratico si attesta in corrispondenza del pieno riconoscimento dei diritti civili di cittadinanza, dei diritti politici e del principio della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario). In assenza di uno solo dei tre richiamati principi non si può parlare di Stato liberal-democratico; ne sono un esempio significativo i paesi ex comunisti europei, ovvero quelli ex-ante 1989.

Lo Stato liberale e social-democratico, detto pure Stato sociale tout-court, oltre a ricomprendere i diritti dello Stato liberale e liberal-democratico annovera anche i diritti assistenziali, gli stessi, ad esempio, non riconosciuti negli Stati Uniti, almeno fino all’avvento del Presidente Barack Obama il quale ha avviato una politica diretta ad un innovativo riconoscimento del diritto all’assistenza sanitaria. Si può quindi affermare che uno Stato liberal-democratico non necessariamente è anche sociale, anzi, può non esserlo per niente.

Passando ora alla disamina dei regimi non democratici, questi sono stati distinti e classificati dai sociologi Linz e Stepan (1996) in quattro forme: 1) regimi autoritari; 2) regimi totalitari; 3) regimi post-totalitari; 4) regimi sultanistici. Questi ultimi, studiati anche da Weber (1864-1920), si configurano in una situazione di confusione tra il patrimonio privato e l’arbitrio del capo legato al patrimonio e i poteri pubblici; tipica caratteristica, ad esempio, della Repubblica centro-africana del dittatore Bokassa, delle Filippine di Marcos, della Romania di Ceausescu o dell’Iran guidata dallo shah.

I regimi autoritari, oltre a ricomprendere la fattispecie appena descritta di dominio personale, trovano una loro ulteriore estensione (Linz 1991) in altrettante quattro forme: 1.1 – autoritari burocratico-militari, particolarmente diffusi in America latina; 1.2 – autoritari a statalismo organico, il cui controllo della società passa attraverso l’azione di organizzazioni corporative; 1.3 – autoritari di mobilitazione delle società post-democratiche, ne sono un esempio il fascismo italiano e il franchismo spagnolo, qualcosa di simile avviene anche per il nazismo hitleriano; 1.4 – regimi autoritari di mobilitazione dopo l’indipendenza, caratteristica tipica dei paesi appena usciti dal colonialismo. La peculiarità di questi regimi consiste principalmente nel fatto che non esiste un’ideologia di fondo dettata da chi detiene il potere, e che la stessa classe dirigente non rende conto del proprio operato.

I regimi totalitari, viceversa, si connotano per la pervasività e il controllo dell’ideologia politica su tutti gli ambiti della vita quotidiana, oltre che non rendere conto del proprio operato. Per la filosofa tedesca Hannah Arendt (1906-1975) la vera essenza di tali regimi è il terrore. Lo storico ebreo Shemarjahu Talmon, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, sostiene (1952) che il totalitarismo si basa sull’assunzione di un’unica ed esclusiva verità politica. Mentre il costituzionalista e politologo tedesco Carl J. Friedrich (1901-1984) ha attribuito (1954) allo Stato totalitario sei caratteristiche: 1) ideologia onnicomprensiva; 2) partito unico guidato da un solo uomo intento ad imporre tale ideologia; 3) potere di polizia fondato sul terrore; 4) monopolio dei mezzi di comunicazione; 5) subordinazione completa delle forze armate al potere politico; 6) sistema economico centralizzato e controllo di tutte le organizzazioni.

Alla luce delle suddette suddivisioni delle forme di Stato non democratici, è ragionevole affermare che, ad esempio, il regime fascista e, in maniera parzialmente diversa anche quello nazista, si è dapprima imposto come autoritario per poi mutare in totalitario con l’estensione del partito unico e il controllo assoluto di tutti i mezzi di comunicazione di massa. In questa seconda ipotesi è imparagonabile la propaganda attuata dal regime nazista per opera del Ministro Goebbels attraverso appunto le forme di divulgazione allora esistenti.

In genere la causa che porta alla costituzione dei regimi autoritari, con la presa del potere da parte di uomini forti, deriva dall’alleanza dei ceti medi in declino con gli stakeholder economici tradizionali. Infatti, Arendt sostiene che la Germania nazista nasce non solo per la catastrofe socio-economico-politica derivante dalla sconfitta della grande guerra, ma soprattutto a causa di tre fattori: 1) veloce concessione del diritto di voto alle masse non pronte alla democrazia; 2) la nascita e il rapido sviluppo del partito nazionalsocialista; 3) la presenza di una popolazione numerosa come gli ebrei da additare come capro espiatorio.

Sempre secondo lo studio di Friedrich, un esempio di Stati che sin dall’inizio ricomprendono tutte e sei le caratteristiche sopra illustrate sono: l’URSS, la Repubblica Popolare Cinese di Mao e Cuba di Fidel Castro.

Nonostante i citati tragici esempi che hanno caratterizzato gran parte della prima metà del Novecento europeo, circa mezzo secolo dopo sembrano ripresentarsi le medesime o assai simili situazioni, vedasi in particolare il consolidarsi di alcuni poteri basati sul fondamentalismo islamico come l’Iran di Khomeini, ma anche dell’ex presidente Ahmadinejad, nonché l’Afghanistan dei talebani. Per non parlare dell’ipotesi di una improbabile creazione di uno Stato denominato ISIS, acronimo di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

Tornando alla forma di Stato democratico, vi è da dire che lo Stato sociale contemporaneo si afferma nella seconda metà del Novecento, anche se una prima forma in tal senso era stata introdotta dal regime fascista. Il finanziamento e la titolarità dei diritti di godimento del welfare system si presentano sotto due filoni principali: 1) il finanziamento derivante dai contributi dei lavoratori e delle aziende, modello di origine bismarckiana; 2) il finanziamento tratto dal gettito fiscale generale, dove i benefici vanno a tutti i cittadini, anche a coloro privi di cittadinanza, modello scandinavo.

Alla luce di ciò, Maurizio Ferrera, tra il 1992 e il 1993, ha sviluppato una quadripartizione che si articola in due modelli (occupazionale e universalistico) a due varianti (puro e misto). In sintesi, occupazionale-contributivo per soli lavoratori; universalistico-fiscale a tutela di tutti. La variante dipende essenzialmente dal criterio adottato. Ad esempio, con l’introduzione del sistema sanitario nazionale (1978), l’Italia ha adottato un sistema occupazionale di tipo misto.

I fattori di crisi dello Stato sociale degli ultimi decenni del secolo scorso hanno generato un incremento dei movimenti di massa che chiedono l’estensione di un modello universalistico puro, ma ciò ha indotto i liberisti, in altre parole loro avversari, a porre sul tavolo tre importanti questioni direttamente legate agli fattori di crisi: 1) la radicale trasformazione dei bisogni, ossia l’intervento di problemi sociali ed emergenziali nuovi rispetto al passato; 2) la difficoltà economica a livello globale; 3) un terzo tipo, di natura squisitamente ideologica, ossia il presupposto secondo cui una società troppo assistita può favorire il parassitismo.

Dall’inizio del terzo millennio le risposte alla crisi dello Stato sociale sono quindi mosse almeno da due stimoli: 1) i liberisti convinti invocano meno Stato e più mercato; 2) i movimenti chiedono diritti alla persona tout-court, cioè non solo diritti ai soli cittadini, ma alla persona giacché tale, ovverosia all’essere umano. Del resto, a proposito del secondo punto, basta leggere attentamente la nostra Carta Costituzionale (1947-1948), la Dichiarazione Universale dei diritti umani (1948) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000), per trovare dei riscontri ragionevoli in tal senso.

Il processo di globalizzazione, cioè quello che altera e comprime radicalmente le coordinate spazio-temporali del mondo, ha come effetto principale l’apertura di un unico mercato mondiale con libera circolazione di capitali e merci. Più precisamente con il concetto di globalismo si tenta di sostituire il primato dell’azione politica territoriale con il dominio del mercato mondiale, affermando sostanzialmente, scrive Segatori, gli imperativi dell’ideologia neoliberista.

La globalizzazione destruttura lo Stato naturale a doppio livello, il primo è di natura pratica, dove la mobilità di capitali e di flussi di comunicazione utilizza sempre più i cosiddetti canali virtuali, i quali non restano imbrigliati nelle burocrazie nazionali; il secondo è una conseguenza del primo, cioè che porta al crescente ruolo degli organismi internazionali come la Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio.

L’impatto della globalizzazione si ripercuote anche sui diritti di cittadinanza degli individui, in particolare si rileva che le grandi multinazionali cercano di insediare le loro attività produttive in paesi dove il salario costa meno, quindi ove sono presenti favorevoli agevolazioni fiscali e dove è possibile sfruttare al massimo le risorse ambientali, queste ultime proprio perché non tutelate da nessuna norma in tal senso, e dunque la delocalizzazione delle imprese verso tali paesi porta inevitabilmente all’aumento della disoccupazione nei paesi di provenienza.

Le risposte politiche al globalismo vertono sostanzialmente su tre ipotesi di governo mondiale: 1) la più realista fa riferimento al ruolo di potenza “imperiale” degli Stati Uniti; 2) fiducia nella crescita di un’entità sovranazionale come l’Unione europea; 3) affidare un compito di global governance a una potenziata Organizzazione delle Nazioni Unite.

Parimenti, anche dal basso provengono prospettive di cambiamento, la più consistente è quella portata avanti dai cosiddetti movimenti no global, in particolare dal primo movimento no global o new global nato nel 1999 a Seattle. Questi movimenti sono contro il dumping sociale (in precedenza spiegato) e a favore degli ecologisti e pacifisti per l’affermazione di diritti umani globali, e utilizzano spesso un modello di contestazione a dir poco originale come campagne di boicottaggio, sit in, cortei e social forum, avvalendosi di internet quale nuovo strumento di comunicazione di massa per coordinare le iniziative.

Tanto è cambiato in questi ultimi anni nel mondo, si pensi alle nuove forme di aggregazione politica dei cosiddetti “Movimenti”, in alternativa, sostengono i promotori, ai desueti partiti politici e dunque al modo di fare politica. Si pensi pure al processo di rivoluzione avvenuto dal 2011 nell’area geografica che va dal Nord dell’Africa al Medioriente. Mi riferisco alla cosiddetta “primavera araba” dove in alcuni casi sono stati cancellati oppure stravolti regimi in auge da decenni. Vedi ad esempio l’Egitto di Mubarak [3] o la Libia di Gheddafi [4] o anche, a proposito di stravolgimento, la Siria di Assad, situazioni quelle appena menzionate che tuttora stanno generando migliaia di vittime o migrazioni soprattutto verso il Mediterraneo.

Pertanto, almeno dal mio punto di vista, un fatto sembra abbastanza nitido, e cioè che rispetto al dispiegamento di forza economica e militare o comunque in grado di fornire risorse belliche da parte di attori incontrastati, l’ipotesi di global governance dell’ONU e quella di estendere i diritti alla persona tout-court non sembra essere un traguardo attualmente visibile. ML

Note a piè pagina

[1] Forma di dottrina economica che ha avuto grande impulso dagli anni ‘80 del ‘900, la quale sostiene la liberazione dell’economia dallo Stato, la privatizzazione dei servizi pubblici, la liberalizzazione di ogni settore non strategico e l’apertura delle frontiere doganali.

[2] Noto con il nome di Montesquieu, Charles-Luis de Secondat (1689-1755), barone di La Brède e di Montesquieu. Figlio di Jacques de Secondat, barone di Montesquieu (1654-1713) e di Marie Françoise de Pesnel, baronessa di la Brède (1665-1696). Una delle opere più importanti di Montesquieu fu De l’esprit des lois (Lo Spirito delle leggi) (1748), nella quale attraverso l’analisi delle diverse forme del diritto civile e dei governi e delle loro relazioni con la natura fisica e con quella umana, si propone di identificare le leggi profonde che regolano il reciproco rapporto fra la politica e lo spirito generale.

[3] Hosni Mubarak, nato il 4 maggio 1928, ha assunto la Presidenza del Paese africano dopo che il suo predecessore Sadat venne assassinato in un attentato organizzato da fondamentalisti islamici. Ha ricoperto dal 14 ottobre 1981 al febbraio 2011 la carica di Presidente dell’Egitto, essendo stato rieletto ben quattro volte: nel 1987, 1993, 1999, 2005.

[4] Muammar Gheddafi (1942-2011), per oltre quarant’anni è stato la massima autorità del proprio paese, fino alla sua deposizione e successiva uccisione.

Riferimenti bibliografici

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Rush M. (2007) Politica e società. Introduzione alla sociologia politica, Bologna, il Mulino.

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Segatori R. “Politica, Stato e cittadinanza”, in Costabile-Fantozzi-Turi (2007) (a cura di) Manuale di sociologia politica, Roma, Carocci.

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