3. La Struttura sociale

Struttura sociale, cultura e processi di socializzazione

Quando si parla di Struttura Sociale ci si riferisce all’articolazione di Istituzioni, Status e Ruoli con i quali gli individui hanno a che fare e danno vita a gruppi e sistemi di relazioni particolarmente complesse. Pertanto, la Struttura Sociale può essere vista come un contenitore all’interno del quale e grazie al quale si contemplano le azioni sociali.

Con la nascita della Sociologia, si sono andate a materializzare due grandi scuole di pensiero: A) la prima che la società debba essere studiata partendo dalla Struttura; B) la seconda che la società vada studiata a partire dalla Azione degli individui.

La struttura è un insieme coordinato di elementi interdipendenti che in qualche modo assicura la prosecuzione della società, come ad esempio lo sono le Istituzioni, le Organizzazioni, i Valori, pertanto, dal punto di vista della teoria strutturalista, studiando queste si riuscirebbe a comprendere come funziona, o come dovrebbe funzionare, oppure organizzarsi al meglio una società; anche perché, sostenendo tale teoria, sarebbero queste stesse dinamiche ad influenzare l’azione dell’individuo.

Viceversa, i teorici dell’azione umana affermano che la stessa azione posta in essere dall’individuo è quella che in qualche maniera modifica, elimina, oppure crea nuove strutture sociali. Pertanto, chi segue tale teoria sostiene che è preferibile studiare l’azione dell’attore sociale piuttosto che le strutture proprio perché l’azione di ognuno rappresenta una forma di agire che assume un significato reale nella direzione della soddisfazione degli interessi e dei desideri umani.

Posto ciò, e cioè che le due teorie (azione e struttura) sono entrambe mosse da principi soggettivi, sarà assai difficile conciliarle, questo proprio perché la scelta dell’uno o altro approccio deriva dal libero arbitrio dello studioso che è ragionevolmente influenzato da tutta una serie di variabili personali e situazionali. E da questo punto di vista, è necessario prendere coscienza del fatto che a volte le azioni che noi riteniamo essere razionali in realtà non lo sono affatto. Un esempio lo è la comunicazione, specie quella non verbale, dove il carattere della persona, la gestione delle emozioni, gli istinti, le affinità, l’empatia, giocano un ruolo fondamentale nel versante relazionale e dunque nella corretta interpretazione del messaggio che si intende veicolare all’indirizzo dell’interlocutore.

Tanto premesso, dal versante della socializzazione, questo processo si materializza in due macro momenti:

1) nella fase della socializzazione primaria (famiglia);

2) nella fase della socializzazione secondaria (nido, scuola, università, associazioni, lavoro, eccetera).

In tutti i casi, la famiglia, la scuola, l’università e gli ambienti di lavoro, sono definiti Agenzie di socializzazione, le quali possono essere descritte come lo strumento che permette la socializzazione, attraverso il quale gli individui apprendono le capacità, gli atteggiamenti e i comportamenti relativi ai ruoli sociali in seno al contesto di riferimento. È infatti grazie al processo di socializzazione che si compie quella che possiamo definire la continuità sociale, poiché consente di trasmettere valori e norme condivise da una generazione a quella che segue.

In sintesi, il processo di socializzazione è anche ciò che materialmente permette e dunque garantisce la riproduzione e la continuità di una cultura, la quale cultura svolge una funzione di mediazione simbolica tra il rapporto che si ha con se stesso (individuo) e gli altri attori sociali (Crespi, 2002).

La cultura, intesa nel suo senso etnografico, cioè dello studio comparativo delle diverse culture umane, è stata definita nel 1871 dall’etnologo Edward Tylor (1832-1917) come quell’insieme complesso di elementi che comprende conoscenze, credenze, arte, morale, leggi, usi e ogni altra capacità e usanza acquisite dall’uomo in quanto membro di una società (ibidem).

Parlare quindi di società multiculturale equivale a parlare di una società composta di persone che appartengono a culture differenti, e in una società in cui sono presenti più culture il multiculturalismo rappresenta una concezione per la sopravvivenza e per la stabilità sociale. È indispensabile quindi che la convivenza sia regolata da un reciproco rispetto, senza assimilazione diretta o indiretta alla cultura dominante per numero di aderenti.

Il multiculturalismo altri non è, dunque, che la modalità di inserimento di persone con una propria tipica cultura (immigrati, per esempio) in una società in cui ne prevale, da un punto di vista numerico, un’altra. Pertanto, il termine multiculturalismo è oggi usato nel descrivere le società occidentali per la presenza simultanea di una pluralità di gruppi culturali diversi, ma allo stesso tempo non sempre si tiene conto del fatto che l’incontro tra diverse culture, religioni, etnie, all’interno del medesimo contesto sociale non avviene pacificamente. Infatti, paradossalmente, discutere di multiculturalismo diventa più realistico quando presenta un grande rischio di conflittualità sociale.

Tuttavia, il concetto di multiculturalità si basa, o dovrebbe basarsi, sulla rivendicazione del riconoscimento delle differenze culturali affermando per esse pari dignità, cui conferire, o dovrebbero conferirsi, gli stessi valori. ML

Per approfondimenti: Autori Vari, Gruppo Editoriale Simone, Napoli, qui in allegato.