1. Il pensiero sociologico

Alcuni autori e concetti esemplificativi, non esaustivi.

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Giambattista Vico

Filosofo, storico e giurista italiano (1668-1744). Nell’opera “Vita scritta da se medesimo” (1723), pubblicata nel 1728, traccia il suo sviluppo intellettuale applicando a se stesso principi della scienza nuova. Tuttavia, non avendo appoggi è costretto a ritirarsi dopo aver sostenuto la prevista lezione del concorso per la cattedra di diritto civile cui teneva molto. Nel 1725 stampa a sue spese “Scienza Nuova prima”, rivisitazione della precedente con metodo positivo più stretto, ma con amarezza rileva l’indifferenza con cui è accolta. In un certo qual modo è ragionevole definirlo il vero precursore della Sociologia.

Nella “Vita scritta da se medesimo”, Vico enuclea due principi conoscitivi che oggi si potrebbero chiamare l’uno la parte costante e l’altro la parte variabile dell’azione. Il primo: “Nella nostra mente sono certe eterne verità che non possiamo sconoscere o rinnegare, e in conseguenza che non sono da noi” (parte costante sulla quale noi non possiamo quasi del tutto intervenire) e il secondo: “Ma del rimanente sentiamo in noi una libertà di fare, intendendo, tutte le cose che han dipendenza dal corpo, e perciò le facciamo in tempo, cioè quando vogliamo applicarvi, e tutte in conoscendo le facciamo, e tutte le conteniamo dentro di noi: come le immagini con la fantasia; le reminiscenze con la memoria; con l’appetito le passioni; gli odori, i sapori, i colori, i suoni, i tatti co’ sensi; e tutte queste cose le conteniamo dentro di noi” (Garzia, 2009).

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Cesare Beccaria

Pensatore e giurista italiano (1738-1794), affermatosi soprattutto per la sua innovativa opera “Dei delitti e delle pene” (1764), per certi versi azzardata ai suoi tempi. Possiamo definirlo il precursore di un nuovo paradigma di affrontare le problematiche legate al concetto di crimine e pena da infliggere al responsabile, ovverosia una pena proporzionata sulla base della gravità del reato consumato la quale deve assumere una valenza di natura retributiva e non di mero deterrente con fine intimidatorio. Una teoria alla base delle moderne costituzioni, vedi ad esempio quella italiana la quale al terzo comma dell’articolo 27 stabilisce che: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

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Auguste Comte

Pensatore francese (1798-1857), coniò il termine sociologia. La versione comtiana della sociologia era quella di una scienza positiva, ossia era convinto che la sociologia dovesse applicare allo studio della società gli stessi metodi scientifici rigorosi che la fisica o la chimica applicano allo studio del mondo fisico (Giddens, 2006). Secondo Comte i giuristi, insieme ai metafisici, avevano assunto il potere succedendo ai teologi e ai militari nella guida della società, ma erano a loro volta destinati a cedere il potere agli scienziati e ai tecnici che avrebbero costituito la classe dirigente della futura epoca positiva e industriale (Febbrajo, 2009)

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Alexis de Tocqueville

Sociologo francese (1805-1859), noto in particolare per la sua opera “La Democrazia in America” (1835-1840), con la quale tese tra l’altro a sottolineare, contro altre teorie maggioritarie, che la rivoluzione americana e quella francese non avrebbero avuto quasi nulla in comune, poiché da quella francese ne scaturirono violenza e terrore, mentre da quella americana solo le libertà.

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Karl Marx

Secondo Marx (1818-1883) le società cambiano – a volte gradualmente, a volte attraverso una rivoluzione – a causa delle contraddizioni insite nei rispettivi modi di produzione. La comparsa di mercanti e artigiani fu l´atto di nascita di una borghesia capitalista destinata, con gli imprenditori industriali, a occupare il posto della nobiltà terriera. Come i capitalisti avevano rovesciato l´ordine sociale precedente, essi stessi sarebbero stati a loro volta soppiantati dall´avvento di un ordine nuovo (Giddens, 2006).

Materialismo storico e dialettico. Il luogo di nascita della società è per Marx la produzione della vita materiale e, dai modi di produzione della vita materiale, storicamente determinati, dipendono, in una sorta di partenogenesi, tutte le sovrastrutture politiche, giuridiche, filosofiche e religiose. Solo riconducendosi a questo fondamento materialistico che è pure il fondamento della società, è possibile intendere e penetrare i fenomeni sociali che da essi derivano. La proprietà privata, afferma Marx, è il prodotto, il risultato e la conseguenza necessaria del lavoro alienato. La proprietà privata si ricava quindi mediante l’analisi del concetto del lavoro alienato, cioè dell’uomo alienato, del lavoro estraniato, della vita estraniata, dell’uomo estraniato.

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Vilfredo Pareto

Sociologo italiano (1848-1923), tra le sue più note opere spicca “Trattato di sociologia generale” (1916). Il pensiero paretiano affronta, tra l’altro, il tema dell’equilibrio dei sistemi sociali e la funzione delle azioni non logiche, nonché della circolazione delle élite, ritenendo che la classe dominante presente all’interno di una popolazione venisse eliminata da un rimpiazzo graduale se non addirittura dalla violenza scaturita dal tentativo, da parte di chi detiene il potere, di mantenere lo stato in essere a dispetto dei reali bisogni sociali (Ravelli, 2009).

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Emile Durkheim

Pensatore francese (1858-1917) come già Comte prima di lui, Durkheim pensava che si dovesse studiare la vita sociale con la stessa oggettività con cui gli scienziati studiano la natura. Con ciò riteneva che la vita sociale debba essere analizzata con lo stesso rigore riservato agli oggetti o agli eventi naturali. Uno dei suoi studi più famosi riguarda il suicidio, il quale lo definì come un fatto sociale che si spiega solo attraverso la lettura di altri fatti sociali (Giddens, 2006).

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Georg Simmel

Per il filosofo e sociologo tedesco (1858-1918) le forme che rendono effettiva la socializzazione permettono, di fatto, il sussistere della sociologia stessa come disciplina. Questa sociologia dall’autore coniata come “Sociologia formale” implica la ricerca delle forme dei rapporti che rimangono invariate nonostante i loro contenuti storici sempre diversi.

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Max Weber

Anche Weber (1864-1920) così come Marx, non può essere definito semplicemente un sociologo, poiché i suoi interessi spaziavano attraverso una molteplicità di discipline. Weber cercò di comprendere natura e cause del mutamento sociale. Nella sua prospettiva sociologica un elemento importante è il concetto di tipo ideale, ovverosia i tipi ideali sono modelli concettuali utili a comprendere il mondo. Da sottolineare che l´aggettivo ideale non designa un obiettivo perfetto o desiderabile, quanto piuttosto la forma pura di un certo fenomeno (Giddens, 2006).

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Max Scheler

Sul piano filosofico, gli studi più importanti di Scheler (1874-1928) sono dedicati alla fondazione antropologica dell’esperienza religiosa e alla critica del formalismo etico kantiano, condotta ripensando la relazione tra sentimenti, emozioni e valori e mettendo in luce che a differenza dei beni, che sono sempre contingenti, i valori, giacché essenze, possono essere colti a priori e sono considerati oggettivi e universali. Sul piano sociologico, invece, i contributi più importanti di Scheler riguardano soprattutto l’analisi fenomenologica dello spirito borghese, la classificazione delle forme del sapere e il rapporto tra persona e intersoggettività. Partendo dagli studi di Edmund Husserl (1859-1938) sul mondo delle essenze, Scheler applica il metodo fenomenologico alla sociologia indagando la socialità umana nella sua originarietà e nelle sue forme essenziali (Gattamorta, 2009).

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Edwin Sutherland

Sociologo statunitense (1883-1950), ricordato soprattutto per i suoi studi sulla criminalità e in particolare riguardo alla “Teoria dei colletti bianchi” (che rappresentano i professionisti, la classe dirigente, l’alta borghesia), cioè a dire di quei reati commessi dai dirigenti che il più delle volte restano occulti proprio perché compiuti nell’esercizio delle loro insospettabili funzioni. Pertanto la sottrazione all’opinione pubblica di questa importante fetta di criminalità contribuisce notevolmente ad elevare il tasso di impunità e di conseguenza ad aumentare il numero oscuro dei reati. Tale condizione porta ad un’assenza o scarsa reazione sociale data proprio dall’elevato indice di occultamento.

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Walter Lippmann

Giornalista statunitense (1889-1974), passato poi alla vita accademica, nella sua opera principale intitolata “Public Opinion” (1922), tradotta in italiano nel 1995, manifesta una visione piuttosto negativa dell’opinione pubblica poiché sulla creazione della stessa giocano un ruolo di primo piano i giornali e i mezzi della comunicazione di massa; i quali non possono che offrire una visione parziale e quindi distorta dei fatti oggetto di attenzione. In buona sostanza essi lavorano su stereotipi che semplificano l’interpretazione della realtà, adattandola all’insieme delle conoscenze già note e condivise. I giornali, ad esempio ma non solo, sono uno degli strumenti di conoscenza, ma il loro sguardo non può che selezionare unicamente alcuni degli aspetti di ciò che è osservato, tralasciandone inevitabilmente degli altri. Scriveva Lippmann: «Nel momento in cui raggiunge il lettore il giornale è il risultato di un’intera serie di scelte circa gli argomenti da trattare, la posizione in cui devono essere collocati, la quantità di spazio che ciascuno deve occupare, il tono che si deve dare a ciascuno» (Abruzzese-Mancini, 2008, p. 223).

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Paul Lazarsfeld

Sociologo austriaco (1901-1976), emigrato negli Stati Uniti con l´avvento del nazismo, studiò a fondo il fenomeno riguardante la comunicazione di massa e come i mezzi della comunicazione di massa si siano evoluti differentemente in Europa rispetto agli Stati Uniti. Sostenne che l’obiettivo dei mezzi della comunicazione di massa può essere quello di vendere beni e prodotti o di migliorare il livello culturale della popolazione o anche di facilitare la comprensione di alcune scelte del governo, ma in ogni caso per chi usa i mezzi della comunicazione di massa per qualsivoglia scopo la necessità è quella di ricercare il modo migliore per far si che gli strumenti stessi siano meglio conosciuti e quindi utilizzati in maniera più proficua (Abruzzese-Mancini, 2008).

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Carl J. Friedrich

Costituzionalista e politologo tedesco (1901-1984), con una formulazione iniziale ha attribuito allo Stato totalitario le seguenti sei caratteristiche: un´ideologia onnicomprensiva; un partito unico, in genere guidato da un solo uomo, impegnato a imporre quella ideologia; un potere di polizia fondato sul terrore; il monopolio dei mezzi di comunicazione; la subordinazione completa delle forze armate al potere politico; un sistema centralizzato di pianificazione economica e il controllo di tutte le organizzazioni (Segatori, 2007).

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Talcott Parsons

Studioso statunitense (1902-1979) produsse una teoria generale per l´analisi della società chiamata struttural-funzionalista, cioè si propone di individuare la struttura di fondo della società e di comprenderla mostrando le funzioni assolte dalle sue parti. Riguardo alla funzione del potere, egli lo definisce come la capacità di assicurarsi l´adempimento di obblighi vincolanti da parte delle unità di un sistema di organizzazione collettiva, in cui gli obblighi sono legittimati in base alla loro rilevanza per il raggiungimento di scopi collettivi e in cui nel caso di rifiuti esiste un’aspettativa dell´imposizione di sanzioni situazionali negative, quale che possa essere il soggetto che opera concretamente tale imposizione (Segatori, 1999).