5. Devianza, norme e anomia

Il termine devianza deriva dal verbo deviare, usato per indicare, in senso figurato, l’allontanamento da una linea di condotta o da un criterio moralmente condiviso da tutti i consociati.

È quest’ultimo significato a circoscrivere il termine devianza; e come tale è così usato nell’ambito sociologico per definire quell’insieme di comportamenti che tendono a violare, allontanandosene in contrapposizione, un insieme di norme costituite e socialmente condivise.

Così come, di conseguenza, la devianza è quel comportamento che viola le attese dei membri di un determinato contesto sociale, comportamento individuato e valutato negativamente dalla maggioranza dei soggetti facenti parte del medesimo sistema di relazione.

Tuttavia, poiché la devianza è una proprietà attribuita a determinati atti in seno ad un processo di costruzione sociale, la stessa connotazione di deviante attribuita ad un determinato comportamento sarà comunque relativa, in quanto modificabile nel tempo, con riferimento al territorio dove i fatti si verificano, nonché alle circostanze in cui ciò avviene, giacché frutto della ridefinizione normativa di volta in volta determinata.

La devianza è quindi concepita come un processo attraverso il quale i membri di un gruppo o di una società: a) interpretano un comportamento come deviante; b) etichettano gli individui che si comportano in tale modo; c) riservano loro un trattamento di tipo sanzionatorio considerato adatto per tali casi.

Parafrasando il Teorema elaborato dal sociologo statunitense William Thomas (1863-1947), se le persone definiscono una situazione come reale, essa avrà delle conseguenze reali, pertanto se una società definisce un certo tipo di condotta come deviante, allora coloro che la assumono dovranno sopportare le conseguenze di essere considerati devianti.

Un atto per essere considerato deviante deve essere riferito al contesto socioculturale in cui ha luogo, infatti, un comportamento considerato deviante in una determinata società o contesto sociale, può essere, viceversa, accettato e considerato molto positivamente in altra situazione.

Emile Durkheim (1858-1917), osservò che non bisogna dire che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune. Oppure, un reato non lo biasimiamo perché è tale, ma è un reato perché lo biasimiamo.

Sempre con riferimento a Durkheim, una notevole importanza la assume il concetto di anomia, vale a dire mancanza totale o decadimento delle norme sociali che regolano e limitano i comportamenti individuali. E da questo punto di vista, la devianza e la criminalità sono il risultato di tensioni strutturali e della carenza di regolazione morale all’interno della società.

Pertanto, prosegue Durkheim, la devianza è il risultato dell’anomia, ossia della caduta di valori e norme tradizionali non sostituite da altri punti di riferimento, perciò la devianza è un fenomeno inevitabile, poiché non può esistere un consenso totale sui valori e le norme che regolano la società. Ma la devianza assume anche effetti positivi e inaspettati, in quanto rafforza la solidarietà e i sentimenti condivisi da un gruppo sociale.

Da parte opposta, cioè quella del deviante, alcuni studi hanno evidenziato che la devianza, cioè la violazione delle norme socialmente condivise, è comunque sempre, seppur abnormemente, conforme a determinate altre norme. Nel senso che la persona deviante, nel porre in essere il proprio comportamento, si ispirerebbe comunque a valori e ideali che, seppur da pochi membri, sono tuttavia considerati validi da tale esiguo gruppo sociale.

Anche perché, è bene sottolinearlo, devianza non significa solo violazione della norma giuridica, bensì di quella sociale più in generale, vale a dire che tiene conto di quei comportamenti che i membri di una certa collettività riconoscono come da osservare. In questo quadro si può anche parlare di valori morali e culturali interiorizzati e dunque adottati da una società e tradotti in imposizioni di condotta spesso affiancate da precise conseguenze in caso di inosservanza. Un tipico esempio è l’esclusione o tenuta a distanza del soggetto considerato deviante dal gruppo sociale di appartenenza.

Il sociologo statunitense Robert King Merton (1910-2003), ha esaminato i diversi fenomeni conflittuali derivanti dalla compromissione di taluni meccanismi propri dell’ordine sociale, i quali possono essere all’origine dell’anomia e della devianza. E dunque per Merton la devianza è il risultato del contrapporsi tra le mete verso le quali è diretto l’individuo cercando di raggiungerle, rispetto ai mezzi che si scelgono per arrivare a detti scopi.

In sostanza, diversamente da Durkheim, Merton afferma che l’anomia è una condizione per la quale vi è uno scarto tra gli scopi cui apparentemente ognuno può ambire e le reali possibilità che invece si hanno a disposizione per raggiungerli. Un esempio tipico è proprio quello delle realtà sociali occidentali, dove, a proposito di parità dei diritti, il successo personale è visto come un obiettivo che chiunque può raggiungere, per poi accorgersi che spesso la struttura sociale pone barriere tali per cui gran parte dei consociati non possono raggiungere gli obiettivi ambiti con mezzi ragionevolmente accettabili, e allora cercano di imporsi con comportamenti devianti. Si pensi per esempio a chi non ha lavoro o lo ha precario ma comunque vorrebbe ugualmente vivere una vita agiata, come a dire: le istituzioni democratiche sono carenti nel garantire il diritto al lavoro, ed ecco allora che si tende a percorrere altre strade per avere successo.

In sintesi, possiamo distinguere la devianza in due fattispecie: 1) primaria, allorquando la violazione di una norma socialmente condivisa è ignorata o non ritenuta tale dall’attore che la viola senza che tale comportamento sia noto al grande pubblico, e pertanto proprio per questo non considerata deviante da chi lo attua, l’esempio tipico è quello di fare uso di sostanze stupefacenti seppur in maniera occasionale, o anche l’abuso di alcolici; 2) secondaria, quando la persona che ha infranto la norma, ribadisco non necessariamente giuridica, è resa nota all’opinione pubblica cosicché la stessa persona viene etichettata e considerata dagli altri consociati come deviante.

Per Durkheim, il concetto di società presiede all’interesse dei singoli individui, tant’è, prosegue, che i fatti sociali possono essere spiegati solo da altri fatti sociali e non si può quindi partire dallo studio del comportamento degli individui, dalle loro motivazioni e dalla loro personalità, per arrivare a comprendere una società.

Un classico ancora da tenere in considerazione degli studi di Durkheim è quello sul suicidio (1897), comportamento considerato più individuale fra tutti gli altri, ma per la sua determinazione intervengono soprattutto cause sociali piuttosto che individuali, da non ricondurre dunque ad una forma di insanità mentale, bensì a fattori legati ad eccesso o carenza di integrazione e regolazione sociale.

Su queste basi, Durkheim identifica tre tipi fondamentali di suicidio: egoistico, determinato da situazioni di scarsa integrazione sociale della persona nel proprio contesto di riferimento, dove appunto l’individuo è isolato a causa dell’interruzione o allentamento dei suoi legami con gli altri; altruistico, cioè caratterizzato da un eccesso di integrazione sociale, dove appunto l’individuo attribuisce alla società più valore che a se medesimo, come a dire che il suo sacrifico vale la pena per una causa maggiore; anomico, che si verifica nelle situazioni di repentino cambiamento della situazione sociale, dunque in una condizione di instabilità e di difficile adattamento, ricondotto quindi ad una carente regolazione sociale, nel senso, quando gli uomini si sentono privati di garanzie a loro tutela perdendo i consolidati punti di riferimento normativi e delle relative aspirazioni (esempi possono essere una grave crisi economica, piuttosto che familiare, oppure per intervenuta malattia non guaribile).

Alcuni autori riconducono agli studi di Durkheim un’altra tipologia di gesto autolesionistico estremo, il cosiddetto suicidio fatalistico, cioè caratterizzato da un eccesso di regolazione sociale, dove l’oppressione cui è sottoposto il soggetto interessato produce in se stesso un senso tale di impotenza che potrebbe condurlo al gesto irreparabile (cfr. Giddens, 2006). ML

Per approfondimenti sul concetto di giuridicità della norma, confronta Autori Vari, Gruppo Editoriale Simone, Napoli, qui in allegato.