Articolo 21 Costituzione

Art. 21 Cost. «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

Tale diritto si intende rivolto a tutti gli uomini senza distinzioni o discriminazioni, prescindendo dalla cittadinanza. Quando si fa riferimento a manifestare liberamente il proprio pensiero altro non si intende che il riconoscimento della libertà di esprimere le proprie opinioni oppure non manifestarne alcuna, altrimenti detto diritto al silenzio, ma significa anche libertà di informazione ed essere informati, cioè a dire libertà di diffondere notizie e punti di vista e di poterne ricevere quale forma di presa di coscienza consapevole al fine di formarsi di una opinione pubblica.

Per esempio, con l’evoluzione tecnologica sempre più si è andata ad attenuando la linea di demarcazione tra la forma scritta in modalità cartacea e le altre nuove forme scritte di comunicazione come i forum, blog, chat e social network più in generale. Ma da quest’ultimo punto di vista, ulteriore attenzione va posta proprio alla potenziale molteplicità di persone che possono accedere al messaggio veicolato nei casi in cui la suddetta libertà di manifestazione del pensiero travalichi in altro.

In buona sintesi, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della condannata poiché: «appare evidente come le doglianze formulate non tengano in alcun conto gli arresti della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui l’uso dei social network, e quindi la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata […] in quanto trattasi di condotta potenzialmente in grado di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone, qualunque sia la modalità informatica di condivisione e di trasmissione […] Ciò, d’altra parte, scaturisce dal substrato semantico della stessa terminologia utilizzata» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione V Penale, decisione del 23 gennaio 2017, sentenza depositata il 22 febbraio 2017. Contributo pubblicato in Sociologia Contemporanea e taggato come 06A17 il 16/03/2017).

Viceversa, riguardo ad un articolo giornalistico apparso sulla stampa nazionale, la Cassazione ha ribadito che se da un lato (oltre che alla persona fisica) anche una entità giuridica o di fatto, una fondazione o un’associazione possono rivestire la qualifica di persona offesa dal reato di diffamazione: «essendo concettualmente concepibile un onore o un decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o suoi membri, considerati come unitaria entità capace di percepire l’offesa»; dall’altro: «è incontroverso che la legittimazione competa anche ai singoli componenti, solo se le offese si riverberino direttamente su di essi, colpendo la loro personale dignità». Ciò significa che l’ipotesi di offesa alla reputazione di una persona non configura comportamento diffamatorio nella misura in cui tale enunciato eventualmente offensivo, scritto o verbale, sia stato veicolato nei confronti di più soggetti ma non chiaramente individuabili poiché non menzionati (cfr. Corte di Cassazione, Sezione V Penale, Sentenza n. 16612/17; decisione del 10 gennaio 2017).

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