Articolo 19 Costituzione

Art. 19 Cost. «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume».

L’esercizio del culto religioso ricomprende sia lo svolgimento dei riti della religione professata, sia l’opera di proselitismo, ma anche la realizzazione o utilizzazione di edifici destinati a tale fine. Non solo chiese quindi, ma anche moschee, sinagoghe o altri luoghi di culto per i quali le autorità amministrative non possono in alcun modo assumere atteggiamenti discriminatori.

Tuttavia, da questo punto di vista, una ipotesi particolarmente controversa di invocazione della libertà religiosa riguarda la legge regionale della Lombardia del 2015, la quale prevedeva che per le confessioni religiose diverse da quella Cattolica, e comunque tutte quelle senza intesa con lo Stato, le relative norme sugli edifici di culto fossero loro applicabili a patto del possesso di alcuni specifici requisiti non richiesti alle altre confessioni religiose.

Ebbene, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 63/2016, ha sancito l’incostituzionalità di tale norma, affermando, tra l’altro, che: «L’ordinamento repubblicano è contraddistinto dal principio di laicità, da intendersi […] non come indifferenza di fronte all’esperienza religiosa, bensì come salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale […] compito della Repubblica è […] garantire le condizioni che favoriscano l’espansione della libertà di tutti e, in questo ambito, della libertà di religione» […] la quale […] rappresenta un aspetto della dignità della persona umana, riconosciuta e dichiarata inviolabile […] Il libero esercizio del culto è un aspetto essenziale della libertà di religione […] ed è, pertanto, riconosciuto egualmente a tutti e a tutte le confessioni religiose […] a prescindere dalla stipulazione di una intesa con lo Stato […] Più in particolare, nell’esaminare questioni in parte simili alle odierne, questa Corte ha già affermato che, in materia di edilizia di culto […] tutte le confessioni religiose sono idonee a rappresentare gli interessi religiosi dei loro appartenenti […] e la previa stipulazione di un’intesa non può costituire […] l’elemento di discriminazione nell’applicazione di una disciplina, posta da una legge comune, volta ad agevolare l’esercizio di un diritto di libertà dei cittadini […] Al riguardo, vale il divieto di discriminazione […] per quanto qui specificamente interessa […] e ciò anche per assicurare […] l’eguaglianza dei singoli nel godimento effettivo della libertà di culto, di cui l’eguale libertà delle confessioni di organizzarsi e di operare rappresenta la proiezione necessaria sul piano comunitario».

Altra ipotesi particolarmente controversa di invocazione della libertà religiosa riguarda l’uso del un niqab, un burqa, o altro tipo di velo islamico che nasconda il viso. Chi lo indossa potrebbe di fatto ricadere nell’ambito di applicazione dell’articolo 5 della Legge 22 maggio 1975, n. 152 (Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico), che così stabilisce: «È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino». E dunque la questione non è di poco conto, visto che l’uso del velo consiste nell’espressione dell’identità culturale e religiosa di chi lo indossa, diritto da bilanciare con altrettanto diritto alla sicurezza dei cittadini, che comunque, da quanto risulta, nessun caso costituente reato è stato mai segnalato a carico di donne islamiche indossanti tale indumento.

Da questo punto di vista, il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3076/2008, seppur decidendo su diversa questione ha così motivato: «Si rileva, in primo luogo, che del tutto errato è il riferimento al divieto di comparire mascherato in luogo pubblico […] in quanto è evidente che il burqa non costituisce una maschera, ma un tradizionale capo di abbigliamento di alcune popolazioni, tuttora utilizzato anche con aspetti di pratica religiosa […] Con riferimento al “velo che copre il volto”, o in particolare al burqa, si tratta di un utilizzo che generalmente non è diretto ad evitare il riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di determinate popolazioni e culture».

Interessante, ancora una volta con riferimento agli artt. Cost. qui trattati, è la decisione del Consiglio di Stato, Sezione Sesta, Sentenza n. 1388/17 del 20 dicembre 2016, pubblicata il 27 marzo 2017, secondo la quale: «In primo grado era stata impugnata la deliberazione […] con cui il Consiglio d’Istituto dell’Istituto comprensivo […] di […] aveva concesso l’apertura dei suoi locali scolastici perché si svolgessero le benedizioni pasquali richieste dai parroci del territorio, raccomandando che queste fossero effettuate in orario extra-scolastico e che gli alunni venissero accompagnati dai familiari, o comunque da un adulto col compito di sorvegliarli. I ricorrenti, “docenti e genitori dell’Istituto comprensivo […] nonché […] soggetti giuridici che per finalità statutaria hanno a cuore la laicità e l’aconfessionalità della scuola pubblica”, deducevano […] violazione di legge, in particolare, degli artt. 2, 3, 7, 19 e 21 Cost […] Con la sentenza appellata il ricorso è stato accolto […] Com’è noto, la benedizione pasquale è un rito religioso, rivolto all’incontro tra chi svolge il ministero pastorale e le famiglie o le altre comunità […] Il fine di tale rito, per chi ne condivide l’intimo significato e ne accetta la pratica, è anche quello di ricordare la presenza di Dio nei luoghi dove si vive o si lavora, sottolineandone la stretta correlazione con le persone che a tale titolo li frequentano. Non avrebbe senso infatti la benedizione dei soli locali, senza la presenza degli appartenenti alle relative comunità di credenti, non potendo tale vicenda risolversi in una pratica di superstizione. Tale rito dunque, per chi intende praticarlo, ha senso in quanto celebrato in un luogo determinato, mentre non avrebbe senso (o, comunque, il medesimo senso) se celebrato altrove; e ciò spiega il motivo per cui possa chiedersi che esso si svolga nelle scuole, alla presenza di chi vi acconsente e fuori dall’orario scolastico, senza che ciò possa minimamente ledere, neppure indirettamente, il pensiero o il sentimento, religioso o no, di chiunque altro che, pur appartenente alla medesima comunità, non condivida quel medesimo pensiero e che dunque, non partecipando all’evento, non possa in alcun senso sentirsi leso da esso. Deve quindi concludersi che la “benedizione pasquale” nelle scuole non possa in alcun modo incidere sullo svolgimento della didattica e della vita scolastica in generale. E ciò non diversamente dalle diverse attività “parascolastiche” che, oltretutto, possono essere programmate o autorizzate dagli organi di autonomia delle singole scuole anche senza una formale delibera […] È appena il caso di rilevare che non può logicamente attribuirsi al rito delle benedizioni pasquali, con le limitazioni stabilite nelle prescrizioni annesse ai provvedimenti impugnati, un trattamento deteriore rispetto ad altre diverse attività “parascolastiche” non aventi alcun nesso con la religione, soprattutto ove si tenga conto della volontarietà e della facoltatività della partecipazione nella prima ipotesi, ma anche che nell’ordinamento non è rinvenibile alcun divieto di autorizzare lo svolgimento nell’edificio scolastico, ovviamente fuori dell’orario di lezione e con la più completa libertà di parteciparvi o meno, di attività (ivi inclusi gli atti di culto) di tipo religioso».

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