CASSAZIONE PENALE - SEZ. II^

N. 30443/2003

OSSERVA

Con ordinanza del 23 gennaio 2003, la Corte di appello di Roma ha dichiarato inammissibile la dichiarazione di ricusazione proposta nei confronti di un giudice del Tribunale di (omissis) da (omissis). La declaratoria di inammissibilità era scaturita dalla circostanza che la dichiarazione di ricusazione era stata presentata nella cancelleria del giudice ricusato anziché nella cancelleria del giudice competente a decidere sulla stessa, e per irrilevanza dei motivi, in quanto a sostegno della richiesta era stata dedotta una situazione di inimicizia fatta dipendere non da rapporti estranei al processo, ma dalla mera denuncia che il ricusante avrebbe formulato al procuratore generale in merito al rigetto di una istanza di riunione avanzata allo stesso giudice ricusato.

Propone ricorso per cassazione il (omissis) deducendo violazione di legge, contestandosi la motivazione del provvedimento impugnato, nonché violazione del diritto di difesa, motivo della sanzione pecuniaria applicata.

Il ricorso è palesemente inammissibile. Questa Corte ha infatti più volte affermato che la dichiarazione di ricusazione ha carattere rigorosamente formale, sia per quanto attiene al termine di presentazione, sia per quanto concerne il modo della stessa, sicché deve essere dichiarata inammissibile allorché non siano stati osservati i termini o le forme prescritte (Cass. Sez. I, 20 novembre 1996). Quanto ai motivi di ricusazione, si è pure affermato che la presentazione di una denuncia contro un magistrato non è da sola sufficiente ad integrare l'ipotesi di ricusazione di cui all'art. 37, comma 1, lett. a), in relazione all'art. 36, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., poiché il sentimento di grave inimicizia, per essere pregiudizievole, deve essere reciproco, deve nascere o essere ricambiato dal giudice e deve, trarre origine da rapporti di carattere privato, estranei al processo, non potendosi desumere semplicemente dal trattamento riservato in tale sede alla parte, anche se da questa ritenuto frutto di mancanza di serenità (Cass., Sez. I, 25 giugno 1996). Quanto, poi, alla determinazione della sanzione pecuniaria, nessun vizio è riscontrabile in questa sede.

Segue, pertanto, alla inammissibilità del ricorso la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento alla Cassa delle ammende di una somma che si stima equo determinare in euro seicento, alla luce dei principi affermati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 186 del 2000.

P. Q. M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro seicento alla Cassa delle ammende.