CASSAZIONE PENALE - SEZIONE II^

N. 43909/2003

OSSERVA

Con sentenza del 23 settembre 2002, la Corte di appello di ha confermato la sentenza emessa il 26 ottobre 2001 con la quale il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di (omissis), all'esito del giudizio abbreviato, ha condannato (omissis) alla pena di anni dieci e mesi sei di reclusione e lire 6 milioni di multa e (omissis) alla pena di anni otto di reclusione e lire 4 milioni di multa, nonché revocato la grazia concessa al (omissis) con decreto del 23 dicembre 1998.

Avverso la sentenza di appello propongono ricorso per cassazione i difensori degli imputati deducendo vari motivi di gravame. Nel ricorso proposto nell'interesse del (omissis) si denuncia come primo motivo vizio di motivazione e violazione di legge in rapporto alle deduzioni svolte nella sentenza impugnata per affermare la ritenuta sussistenza della capacità di intendere e di volere dell'imputato al momento del fatto ed alla assenza di presupposti per disporre una nuova perizia in sede di appello. Viene poi prospettata violazione degli artt. 174 cod. pen. e 674 cod. proc. pen., in quanto il decreto di grazia, con la relativa condizione risolutiva in ipotesi di commissione di delitti puniti con pena detentiva entro cinque anni dalla emissione del provvedimento di clemenza, non era stato portato a conoscenza dell'interessato, sicché la motivazione dei giudici del merito - secondo la quale l'omessa notifica del decreto avrebbe rappresentato una mera irregolarità - non poteva reputarsi adeguata ai fini di legittimare il disposto provvedimento di revoca. Propone motivi nuovi personalmente il (omissis), prospettando vizio di motivazione, quanto agli argomenti adottati dalla Corte di appello per contestare il dedotto vizio di mente, mancata assunzione di una prova decisiva in merito alla attività collaborativa svolta dall'imputato, nonché violazione di legge in merito alla revoca del provvedimento di grazia, non essendovi stata alcuna comunicazione all'interessato del provvedimento di clemenza e della relativa condizione. Nel ricorso proposto nell'interesse del (omissis) si deduce violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento al mancato accoglimento dei motivi connessi alla capacità dell'imputato, assuntore abituale di cocaina, ed alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e di un più mite trattamento sanzionatorio.

I ricorsi sono entrambi infondati. Le doglianze relative al mancato esperimento di una nuova perizia psichiatrica formulate dal (omissis) si rivelano infatti palesemente inconsistenti, in quanto nel caso del giudizio abbreviato è ben vero che l'integrazione probatoria in appello non è esclusa in modo assoluto, ma è altrettanto vero che essa, già da riguardare alla stregua di modello eccezionale nel giudizio ordinario - presumendosi la completezza del giudizio di primo grado - assume connotazioni ancor più peculiari ove la sentenza appellata sia stata pronunciata all'esito del rito abbreviato, posto che in tal caso il gravame non può non rispondere agli stessi paradigmi di celerità e di delibazione tendenzialmente circoscritta allo stato degli atti, che caratterizza quel procedimento alternativo, ora attivabile sulla esclusiva base della domanda dell'imputato. Essendo stato, dunque, il tema della capacità di intendere e di volere del (omissis) ampiamente scandagliato in prime cure ed avendo il giudice della impugnazione motivatamente ritenuto di poter decidere sulla base degli atti già acquisiti, ne deriva, dunque, la palese infondatezza di qualsiasi reclamo sul punto. Altrettanto infondate sono, anche, le censure che entrambi i ricorrenti muovono alla sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso qualsiasi profilo di vizio di mente all'epoca dei fatti: l'ampio discorrere che sul punto contrassegna la sentenza stessa e l'incensurabile sviluppo logico - argomentativo attraverso il quale si snoda il percorso motivazionale, laddove ha ampiamente contestato la fondatezza dei rilievi a tal proposito mossi negli atti di appello, circoscrive, infatti, l'ambito dei ricorsi ad una sterile contestazione della pronuncia impugnata, per di più fondata su presupposti di merito il cui sindacato sfugge totalmente allo scrutinio di legittimità riservato a questa Corte. Considerazioni, quelle testé svolte, che valgono pure a dissolvere il fondamento delle doglianze prospettate in tema di mancata concessione di circostanze attenuanti e di trattamento sanzionatorio, posto che anche su tali profili la sentenza impugnata si fonda su motivazione del tutto esauriente e su base giuridica correttamente evocata ed applicata.

Non fondato è, infine, anche il motivo di ricorso che il (omissis) dedica per contestare la legittimità del provvedimento di revoca della grazia, sul rilievo che il relativo decreto - enunciante la condizione che il beneficio doveva intendersi revocato di diritto nei confronti del condannato ove costui avesse riportato condanna a pena detentiva per un delitto commesso entro cinque anni dalla data dello stesso decreto di grazia - non gli era stato notificato né gli era stata notificata la relativa nota ministeriale. Come rammenta, infatti, lo stesso ricorrente, la giurisprudenza sul punto è pressoché assente, salvo una lontana pronuncia relativa, peraltro, alla ben diversa ipotesi di decreto di grazia condizionato all'adempimento di determinati obblighi ed ai fini della individuazione del termine di adempimento degli stessi (Cass. sez. II, 13 febbraio 1965), ma è evidente che in tanto può presupporsi un obbligo di comunicazione del provvedimento, ai fini della relativa efficacia, in quanto ciò sia desumibile da una norma che positivamente imponga un tale adempimento - sia pure ai limitati effetti della relativa condizione risolutiva - ovvero che la comunicazione stessa sia ontologicamente postulata dal sistema. Ma entrambi tali "requisiti" sono all'evidenza estranei al caso di specie. Il provvedimento di grazia, infatti, non diversamente dall'indulto, è revocabile di diritto in presenza delle condizioni stabilite nel relativo decreto, sicché il destinatario tanto della grazia che dell'indulto - sia esso "individuato" o meno nominatim, come beneficiario del provvedimento - è messo senz'altro in grado di conoscere non soltanto l'applicazione concreta del beneficio, ma anche, e proprio in relazione a ciò, la sussistenza di eventuali condizioni di revoca, senza che - agli effetti di quest'ultima misura - debba necessariamente evocarsi un non previsto obbligo di notificazione o comunicazione, evidentemente eccedente la stessa ordinaria diligenza che il destinatario di un provvedimento, eccezionale come la grazia, deve avere nel prenderne contezza all'atto stesso della sua fruizione.

I ricorsi devono pertanto essere respinti ed i ricorrenti condannati al pagamento in solido delle spese processuali.

P. Q. M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali.