CASSAZIONE PENALE 

SEZ. III^ N. 46290/2003

FATTO E DIRITTO

Per essere stato rinvenuto nella di lui abitazione un "enorme" quantitativo di materiale pornografico (numerosi film "hard core" formato video cassetta e digitale; scene fortemente erotiche con protagoniste delle bambine - archiviate tra i "file" e le "directories" del di lui computer -, e tra queste, immagini raccapriccianti riguardanti la piccola ... di anni undici), (omissis) veniva arrestato; e nel corso dell'udienza di convalida à confermava di avere avuto rapporti sessuali con la piccola (omissis), ammettendo anche di avere personalmente scattato quelle foto repertate che la riguardavano e di avere, altresì, scaricato da "internet" i file contenenti le altre immagini di bambini violentati.

Rinviato a giudizio per i reato di cui agli artt. 81 cp, 609 bis, 609 ter n. 1, 600 ter 1° comma, 600 sexies e 730 c.p.; il G.I.P. del Tribunale di (omissis), qualificato il reato di cui al capo a (... art. 609 bis e 609 ter n. 1) nei termini di cui al solo reato previsto dall'art. 609 quater, e ritenuti la continuazione e la diminuente di rito, lo condannava complessivamente alla pena di anni dieci di reclusione e di Lire 100.000.000 di multa.

Proponevano appello il P.M. del Tribunale di (omissis) che chiedeva la riforma dell'impugnata sentenza nella parte in cui il fatto, contestato ai sensi degli artt. 609 bis e 609 ter n. 1 c.p., era stato riqualificato ai sensi dell'art. 609 quater - e i difensori dell'imputato - che chiedevano l'assoluzione del loro assistito per il reato di cui al capo b (art. 600 ter c.p.) e la rideterminazione di una pena più mite.

La Corte d'Appello di Roma, in riforma della sentenza impugnata, dichiarava l'imputato colpevole dei reati di cui agli artt. 609 quater (capo a), 600 ter n. 1 e 600 sexies (capo b), 730 c.p. (capo c), rideterminando la pena - con la continuazione e la diminuente del rito - nella misura di anni sei di reclusione e di Euro. 30.987 di multa.

Avverso la decisione (2.4.2002) ricorreva per cassazione il difensore dell'imputato, che eccepiva la violazione dell'art. 600 ter, 1° c.p. Ribadendo i motivi del ricorso, in sede di discussione orale ne illustrava i due punti essenziali:

- il primo, argomentando l'insussistenza del reato alla stregua dell'elaborato peritale dei consulenti tecnici del P.M. che avrebbero escluso l'ipotesi contestata;

- il secondo, disquisendo sulla mancanza del "pericolo concreto: che sarebbe il dato giustificativo dell'intento ludico ed economico".

Tutti i motivi del ricorso s'incentrano sull'insussistenza del reato di pornografia minorile (art. 600 ter 1°) -" e per avere sfruttato la minore (omissis) di anni undici, realizzando fotografie e mentre la medesima era sottoposta a penetrazioni sessuali orali e vaginali e posava nuda in pose lascive, successivamente riversate su supporto informatico idoneo ad essere trasferito per via telematica; con l'aggravante di aver commesso il fatto in danno di "una minore infraquattordicenne" - specialmente sotto il profilo di un concreto pericolo di diffusività.

Secondo il difensore sarebbero mancate la "cessione" o, comunque, la propagazione ad un numero "indeterminato di persone"; anche perché il computer dell'imputato "non sarebbe risultato essere stato mai strumento di comunicazione di foto e notizie a terzi" e l'imputato stesso "non avrebbe mai avuto contatti con pedofili", con i quali non ci sarebbero stati collegamenti di sorta.

Il ricorso è infondato e va rigettato.

- Va innanzi tutto osservato, a riguardo del richiamato elaborato peritale, che il fatto che non siano state riscontrate come repertate immagini pornografiche tratte da siti di oscenità minorile nel computer dell'imputato, è un dato insignificante ai fini dell'esclusione dell'ipotesi contestata (600 ter comma 1 c.p.): per la cui integrazione è sufficiente la "realizzazione di esibizioni pornografiche" o la "produzione di materiale pornografico", indipendentemente dalla commercializzazione (comma secondo), o dalla distribuzione, divulgazione ecc.... (comma terzo), o dalla consapevole cessione ad altri (comma quarto). A questo proposito, fondamentalmente propedeutico, ai fini della comprensione della fattispecie è la sentenza Bove delle Sezioni Unite (5 luglio 2000): la quale, se per un verso esclude la necessità di un fine di lucro (per essere l'ipotesi di approfondimento economico ricompreso nell'art. 600 bis c.p.), per un altro afferma che "la condotta à è punibile à quando abbia una consistenza tale da implicare il concreto pericolo di diffusione del materiale prodotto". Una precisazione, questa, estremamente importante, perché viene da sé come la "realizzazione di esibizioni pornografiche", o di "produzione di materiale pornografico" fine a se stessa e destinata a restare nella sfera strettamente privata dell'autore, anche se motivata da fini perversi, non configura quell'ipotesi di reato.

L'indagine giuridica corretta, allora, deve in questo caso essere volta ad individuare gli indici del "pericolo concreto di diffusione", che non hanno nulla a che vedere con la "cessione" e, comunque, con la "propagazione ad un numero indeterminato di persone - che riguarda ben altre ipotesi della fattispecie di cui al comma uno -, e dove la diffusività è "in re ipsa". Non a caso l'ipotesi di cui al terzo comma si obiettivizza "al di fuori" dei casi di cui al primo e al secondo comma: essendo imperniata sul fatto oggettivo della "distribuzione" della "divulgazione o pubblicizzazione", e quando la distribuzione o la divulgazione di notizie o informazioni sono "finalizzate all'adescamento o allo sfruttamento dei minori degli anni diciotto".

Nella ratio, invece, della "pornografia minorile", sub specie dell'art. 600 ter 1° comma c.p.; vi è l'apprezzamento di una tutela penale anticipata dalla libertà sessuale del minore: volta alla repressione di quei comportamenti prodromica che, anche se non necessariamente ai fini di lucro, ne mettono in pericolo il libero sviluppo personale con la mercificazione del corpo e l'immissione nel circuito perverso della pedofilia. In questo senso il reato ha natura di pericolo concreto e la condotta di chi impieghi uno o più minori per realizzare spettacoli o prodotti pornografici è punibile, salva la configurabilità di altri reati, quando abbia una tale convivenza da agevolare realisticamente la diffusione del materiale prodotto.

A questo proposito la Corte di Cassazione, nella citata sentenza, ha precisato che è compito del giudice scandagliare la configurabilità del predetto pericolo, facendo ricorso ad elementi sintomatici della condotta quali: l'esistenza di una struttura organizzativa anche rudimentale atta a corrispondere alle esigenze di mercato dei pedofili; il collegamento dell'agente con soggetti pedofili potenziali destinatari del materiale pornografico; la disponibilità materiale di strumenti tecnici di riproduzione e/o trasmissione, anche telematica, idonei a diffondere il materiale pornografico; l'utilizzo di minori per la produzione del materiale pornografico - fatto quest'ultimo di grande spessore sintomatico della pericolosità concreta della condotta.

Alla stregua di questi parametri interpretativi la Corte di merito ha, nello specifico, osservato che il (omissis) aveva pacificamente ammesso di utilizzare gli strumenti informatici per accedere a siti concernenti la pornografia minorile; che dalle investigazioni (richiamate nel testo della decisione) era emerso che l'imputato aveva contatti frequentazioni con personaggi del sottobosco organizzativo della pedofilia, abitualmente dediti ad attività negoziali riguardanti materiale pornografico (è lo stesso imputato ad avere ammesso, come si ricava dal testo della sentenza gravata, d'intrattenere rapporti con tale (omissis), dal quale riceveva fotografie oscene e videocassette contenenti filmati pornografici); che l'imputato, che era in possesso di sofisticate strumentazioni elettroniche ed informatiche con le quali duplicava i filmati pornografici e masterizzava le immagini pedofiliche, era solito usare la piccola (omissis) per "realizzare spettacoli osceni" (sfruttamento che offendeva la dignità della minore e il suo senso di libertà sessuale per un notevole lasso di tempo); servendosi della stessa, non solo come arnese per soddisfare la sua libidine, ma come occasione e strumento di mero motivo pornografico.

Per tutte queste considerazioni sembra a questo Collegio che la Corte territoriale abbia, plausibilmente ed esaustivamente dimostrato - in punto di fatto e sul piano di una valutazione non riconsiderabile in sede di legittimità - come la condotta dell'imputato sia stata, per il modo con cui si è manifestata, progettata e oggettivata in funzione di un effettivo sfruttamento della piccola (omissis) nel segno di un estrinseco e potenziale gioco ludico.

P. Q. M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento della spese processuali e di quelle di parte civile liquidate nella somma omnicomprensiva di euro millecinquecento, oltre IVA e CAP.