Trattamento penitenziario

Riferimenti normativi del caso in esame: Legge 22 aprile 2005, n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002), art. 18 (Rifiuto della consegna) c. 1 lett. h), che così stabilisce: «La corte di appello rifiuta la consegna […] se sussiste un serio pericolo che la persona ricercata venga sottoposta alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». Ovvero, la decisione giurisprudenziale qui in interesse tratta del mandato di arresto europeo e delle procedure di consegna tra Stati membri dei soggetti fermati, i quali principi, a mio modesto avviso, sono da intendere quale punto di riferimento anche nella misura in cui un soggetto straniero commetta reato nel nostro Paese. Fattispecie, quest’ultima, molto sentita dalla collettività specie quando incalzata da qualche stravagante propaganda che viceversa li vorrebbe tradurre in carcere per scontare la pena nel luogo di provenienza. Ebbene, come si legge nella sentenza qui analizzata: «a fronte di informazioni provenienti da fonti autorevoli e accreditate e prima di tutto alla luce di quanto rilevato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo […] deve essere verificato e ponderato il concreto rischio che il soggetto […] possa trovarsi esposto all’eventualità della sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti, correlati alle condizioni degli istituti carcerari […] in ragione del sovraffollamento o di altri strutturali e non puramente contingenti problemi. D’altro canto, in presenza di una situazione di allarme, originato dall’accertata esistenza di condizioni di rischio, la necessaria verifica implica che siano acquisite specifiche assicurazioni dallo Stato di emissione, che non possono solo concernere profili di carattere generale, ma devono essere individualizzate in relazione alla situazione riguardante il soggetto interessato alla procedura» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 8916/18 del 21 febbraio 2018).

Reati e contesto

La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna inflitta ad una persona la quale aveva appellato un uomo come omosessuale. Nel senso che – riassumendo il principio sancito dai giudici –, nell’attuale contesto sociale tale termine non assume più quel carattere negativo che lo ha invece contraddistinto fino al recente passato. Infatti, si legge in sentenza: «oggetto di tutela nel delitto di diffamazione è l’onore in senso oggettivo o esterno e cioè la reputazione del soggetto passivo del reato, da intendersi come il senso della dignità personale in conformità all’opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico». Perciò: «è innanzi tutto da escludere che il termine omosessuale utilizzato dall’imputato abbia conservato nel presente contesto storico un significato intrinsecamente offensivo come, forse, poteva ritenersi in un passato nemmeno tanto remoto. A differenza di altri appellativi che veicolano il medesimo concetto con chiaro intento denigratorio secondo i canoni del linguaggio corrente […] il termine in questione assume infatti un carattere di per sé neutro, limitandosi ad attribuire una qualità personale al soggetto evocato ed è in tal senso entrato nell’uso comune» (cfr. Sezione V Penale, Sentenza n. 50659/2016 del 18.10.2016).

Patente a punti

Premessa alle norme riguardo al caso in esame: art. 180 Codice della strada (Possesso dei documenti di circolazione e di guida) e art. 126 bis Codice della strada (Patente a punti). L’art. 180 C.d.S, tra l’altro, sanziona «Chiunque senza giustificato motivo non ottempera all’invito dell’autorità di presentarsi […] ad uffici di polizia per fornire informazioni o esibire documenti ai fini dell’accertamento delle violazioni amministrative previste dal presente codice»; mentre l’art. 126 bis C.d.S, tra l’altro, stabilisce che nel caso di mancata identificazione del conducente quale responsabile della violazione «il proprietario del veicolo […] deve fornire all’organo di polizia che procede […] i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione», ma se si omette tale comunicazione, «senza giustificato e documentato motivo», è soggetto a sanzione.

Ebbene, nella vicenda qui trattata, la Corte di Cassazione, confermando le decisioni del merito, ha ritenuto valide le argomentazioni del proprietario di un veicolo il quale, a distanza di tempo, non ha saputo riferire agli organi di Polizia stradale chi fosse alla guida al momento della contestata infrazione al Codice della strada e dunque non vedrà decurtarsi punti dalla patente.

Pertanto: «se resta in ogni caso sanzionabile la condotta di chi semplicemente non ottemperi alla richiesta di comunicazione dei dati personali e della patente del conducente, viceversa laddove la risposta sia stata fornita, ancorché in termini negativi, resta devoluta alla valutazione del giudice di merito la verifica circa l’idoneità delle giustificazioni fornite dall’interessato ad escludere la presunzione di responsabilità che la norma pone a carico del dichiarante. Nel caso di specie il Tribunale, esercitando appunto tale discrezionale potere di apprezzamento in fatto, ha ritenuto di escludere la responsabilità della opponente valorizzando da un lato il decorso del tempo tra la data dell’infrazione contestata e quella della richiesta di informazioni (oltre tre mesi) e, dall’altro, la riferita presenza nel nucleo familiare […] anche di altri soggetti ordinariamente fruitori dell’autovettura, reputando in tal modo giustificata la mancata indicazione del nominativo del conducente» (cfr. Sezione II Civile, Ordinanza 9555/18; 27 febbraio-18 aprile 2018).

La legge è legge

Propongo la lettura di un caso che renderà appagati alcuni e probabilmente insoddisfatti molti altri, perché la domanda che più di uno si potrebbe porre è: ma con tutti i problemi che ha la giustizia italiana, dove si trovano risorse e tempo per trattare certe situazioni?

L’oggetto in esame riguarda un allevatore di pollame condannato «perché, per crudeltà e senza necessità, con il proprio fucile regolarmente detenuto, aveva sparato» e ucciso un cane responsabile di essersi intrufolato nel pollaio di sua proprietà.
Questi sono alcuni passaggi decisori della cassazione che nel dichiarare inammissibile il ricorso proposto dallo sparatore ha di fatto reso definitiva la sentenza di condanna: «La Corte territoriale ha […] osservato che, nella specie, difettava in concreto la necessità di uccidere il cane, perché lo stesso aveva già azzannato la gallina e stava uscendo dalla proprietà dell’imputato quando questi gli aveva sparato, con la conseguenza che il pericolo poteva considerarsi in atto al momento dell’aggressione della gallina, ma cessato, siccome la gallina era stata presa ed il cane si stava allontanando con la preda».

Inoltre, «la morte della gallina, animale da cortile destinato alla produzione di uova o alla macellazione, non rappresentava un danno giuridicamente apprezzabile tale da giustificare l’uccisione del cane, animale non solo di maggior valore economico, ma soprattutto d’affezione, e quindi tutelato»; perciò «il danno patrimoniale dell’imputato poteva essere risarcito con la dazione del controvalore della gallina, come già avvenuto in un’occasione, mentre l’uccisione del cane, come si poteva arguire anche dalla testimonianza della moglie dell’imputato, costituiva un’immotivata ritorsione per le reiterate molestie recate dai cacciatori». Continue reading “La legge è legge”